Le soluzioni ritmico-armoniche utilizzate da Scrivano e dai suoi sodali sono evocative e brillanti al contempo, legate indissolubilmente al lessico jazzistico, ma senza mai fermare troppo l’orologio della storia.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Uno degli elementi di maggiore impatto del jazz nasce dalla capacità di raccontare storie senza usare le parole, ma solo suggestioni sonore che trasformano le note in una lingua universale. La forza dell’impatto è direttamente proporzionale alla capacità del compositore e degli esecutori di dare una forma narrativa fluida e penetrante ad un insieme di visioni, pensieri, tormenti interiori, emozioni, passioni, ricordi e sensazioni. Fabrizio Scrivano chitarrista calabrese, mantovano di adozione, racconta il suo itinerario ideale attraverso nove composizioni originali, tutta farina del suo sacco, in «Terra di Mezzo», pubblicato dall’etichetta Alfa Music. Scrivano si muove a metà strada tra il Sud e il Nord, in un’enclave sonora che unisce linee di confine, talvolta immaginarie ed immaginifiche, gettando un ponte un tra Africa ed Europa, tra Oriente e America. Egli si racconta così: «Noi siamo quello che mangiamo. Io mi sono cibato di musica sin da bambino. Quando ho iniziato a suonare ero, e lo sono ancora ora, un grande appassionato di rock. Il mio primo amore furono i Pink Floyd, studiavo per ore il suono e gli assolo di Gilmour dal quale credo di aver rubacchiato un po’. Non c’era internet e con i miei amici ci si trovava in casa per ascoltare dischi o per ordinarli via posta. In un’occasione comperai due audiocassette di Pat Metheny, Works e Works II, da allora Metheny è stato parte integrante del mio mangiare. Da lui sono passato ad ascoltare i pilastri del jazz: Parker, Coltrane, Davis, Evans, Mingus, Monk, da ognuno di loro ho preso qualcosa, ma non solo».

Con il supporto di Jerry Popolo sax e flauto traverso, Gabriele Rampi Ungar contrabbasso e Riccardo Biancoli batteria, il chitarrista-leader mette sul piatto della bilancia le proprie esperienze, gli umori e sapori della terra natia e delle altre terre calpestate lungo il suo vissuto esistenziale, annodando i fili di un sound che lega passato, presente e futuro del jazz attraverso una formula esplorativa ed esecutiva talvolta intima e nostalgica, dove i moti dell’anima lo portano alle origini, nel sua Calabria, dove ci sono cose che hanno tremila anni, ma se le tocchi sono ancora calde. Queste le parole del chitarrista calabrese: «Erano più di tre anni che volevo registrare questo lavoro. Il primo che ho assoldato per la realizzazione è stato Gabriele Rampi. Nell’inverno del 2022 abbiamo fatto una serata in duo con i miei brani e la risposta è stata ottima. Avevo chiesto invece a Riccardo Biancoli di partecipare ad un mio lavoro molti anni prima e lui accettò, quando gli ho sottoposto i brani ha subito dato il suo indispensabile contributo. L’ingresso di Jerry è avvenuto per ultimo, suonavo con lui nel suo quartetto veronese insieme, gli ho proposto di suonare nel mio disco ed ha subito accettato». L’opener «Acciu», in calabrese è il sedano, ispiratore, o solo un pretesto, per una ballata dall’aria fumé, magnificata dal sax di Jerry Popolo e dotata di un impianto melodico a presa rapida. Le soluzioni ritmico-armoniche utilizzate da Scrivano e dai suoi sodali sono evocative e brillanti al contempo, legate indissolubilmente al lessico jazzistico, ma senza mai fermare troppo l’orologio della storia, tanto che una nenia notturna e soffusa com «Bea», in cui la chitarra tocca elevate punte lirismo, lascia subito il posto a «Bordeline», quasi una danza propiziatoria, un rondò scandito in cinque quarti da una retroguardia ritmica che non perde un colpo.

Il viaggio prosegue a velocità di crociera sulle onde di un sinergico afflato strumentale e di una cauta ed equilibrata improvvisazione senza fughe verso l’impossibile. «Jermanu» è un mid-range dal sangue blues che riproduce magnificamente un’ambientazione bop, di quelle in cui sassofono e chitarra si scambiano gli anelli facendosi promesse per l’eternità. «Orso Bruno» si addentra ancora nell’accogliente alveo di un hard-bop irrobustito da un rapido sax in corsa, nonché arricchito di contrafforti soul-jazz ad opera di una chitarra canterina. Un componimento dal gusto classico, ben stagionato sotto il sole dell’avvenire e con un retroguardia ritmica in vena di follie. «Poii» è una piacevole sauna intimistica per chitarra, avvolta in un’aura methenyana. «Portrait Of A Friend» possiede i tratti somatici di un post-bop contemporaneo, in cui i sax di Popolo s’innesta magnificamente nell’humus accordale sviluppato da Scrivano, il quale a metà tragitto prende in mano le redini e trascina il convoglio in un’ambientazione metropolitana, seguito a ruota dal preciso walking del basso che funge da trampolino per il nuovo volo pindarico del sassofonista. A questo punto le luci della città si abbassano e si penetra nel cuore di una Calabria silvestre con «Silafolk», componimento dall’incipit quasi country basato su una narrazione non dissimile al folklore nordico, in cui il flauto diventa lo story-teller di un mondo fiabesco fatto di foreste, laghi e luoghi ammantati da una natura primitiva e rigogliosa, mentre il chitarrista si strugge di passione e nostalgia per la sua terra genetica. In conclusione, Scrivano mantiene ancora il cordone ombelicale legato alle proprie origini con «Taranterra», in cui emergono sonorità ataviche vicine alla tradizione popolare contrassegnate da una melodia dal sapore retrò che trasporta l’idea del jazz in una dimensione altra. Registrato al Digitube Studio di Grazie (MN), «Terre di mezzo» – volendo ancora giocare con il titolo – rappresenta una sorta di juste milieu, una bacheca delle rimembranze, in cui Fabrizio Scrivano ha appuntato una serie di idee, pensieri, emozioni sogni e ricordi, subito condivi dal resto del line-up.