A conti fatti, non vi è nulla di imbalsamato, di stantio, di vieto o di anacronistico, per contro le dinamiche compositive ed esecutive, pur non rinnegando la lezione dei maestri del passato, vivono e respirano autonomamente a pieni polmoni sugli assi cartesiani di una realtà tangibilmente contemporanea ed in perenne divenire.

// Di Francesco Cataldo Verrina //

Il coccodrillo nell’antico Egitto era ritenuta una divinità temibile Nella teogonia egizia esisteva anche il dio coccodrillo Sobek legato alle acque e alla fertilità, proprio come il Nilo capace di procurare ricchezza ma anche capace di inaudita ferocia. Associato al potere militare e a quello regale, Sobek fu una delle divinità più temute del pantheon egizio, della quale i coccodrilli del Nilo erano la diretta incarnazione ed emanazione. In suo onore venne edificata anche una città, Crocodilopoli, della quale oggi restano poche rovine e dove veniva allevato e accudito con tutti gli onori il Petsuchos, il coccodrillo sacro. Da qui nasce anche la lunga tradizioni di imbalsamare i coccodrilli. «The Crocodile Embalsers» (Imbalsamatori di coccodrilli), edito dalla DF Records è il quinto album come leader di Fabio Delvò. Voi vi chiederete qual è il nesso possibile e plausibile tra il jazz ed il coccodrillo? Elton John con «Cocodile Rock» ne fece un manifesto programmatico nell’epoca del rock’n’roll revival degli anni Settanta. Nel Bayou, la lunga distesa paludosa della Lousiana attraversata dal Mississippi, ci sono però gli alligatori, che comunque vengono imbalsamati. Se ne vedono alcuni in certe botteghe o bettole di New Orleans. Non è che bisogna trovare necessariamente un nesso specifico tra jazz e coccodrillo.

Il realtà il coccodrillo è l’epitome di una tipologia di linguaggio jazz irrequieto, non convenzionale, lontano dal mainstream, che pur non perdendo mai le coordinate nautiche della tradizione o il centro accordale, si solidifica in una sorta di free form aperto e modulare che da sempre caratterizza la produzione di Fabio Delvò. Si dice che Delvò abbia visto un coccodrillo imbalsamato al santuario della Madonna delle Grazie nel mantovano. Ciononostante, la metafora del coccodrillo ben si adatta alla suo concepimento sonoro fatto di avanguardia misurata ed a controllo numerico, ma sempre pronta a sorprendere e a sferrare il colpo di coda dell’imprevedibilità. Un dato è certo, scorrendo le sette tracce dell’album ci si rende conto di quanto esse posseggano una marcata componente istintuale e sorgivamente creativa: il disco è nato dopo soltanto un paio di prove e un live. Merito anche dei Fellows, il sinergico line-up che accompagna Fabio Delvò, alto e soprano sax, costituito da Giancarlo Tossani al pianoforte, Stefano Dallaporta al contrabbasso e Andrea Grillini alla batteria. Del resto Delvò è un musicista polimorfico e multifunzionale, tanto che non ne fa segreto: «La mia evoluzione è andata così, da Charlie Parker a Phil Woods, anche se quello che faccio adesso non so se sia proprio free. Quello che suono adesso è un jazz molto codificato ritmicamente, anche se c’è un buon margine di libertà nelle progressioni armoniche. Il centro tonale c’è quasi sempre. A conferma di quanto detto, nel mio ultimo disco «The Crocodile Embalsers», ho scritto tutte le parti degli strumenti. Poi succede che, mentre il basso legge quello che ho scritto, la batteria conserva un suo autonomo margine creativo».

L’album si apre con «Light Iron», che pur non perdendo mai la quadratura armonica sviluppa un’atmosfera ornettiana, a tratti sospesa, in cui è possibile cogliere perfino qualche frammento di influenza lacyana, soprattutto nel distacco rispetto alla retroguardia ritmica. «Dadaist» è un costrutto diretto ed essenziale nello svolgimento, ma complesso nel gioco di scambio fra le parti, un ipermodale evolutivo e darwiniano che si auto-rigenera in progressione. «Exotic Circus» dimostra quanto Delvò si sia affrancato dall’estetica parkeriana e dal martedì grasso di New Orleans, nonostante il suo eclettismo espressivo. La dimensione onirica dell’impianto narrativo è quanto mai lontana dall’immanenza del bop e si lega ad un neo-spiritualismo trascendente di tipo coltraniano-ayleriano, ma solo per assonanza ambientale e non per citazionismo calligrafo. «A Beautiful Dream» si sostanzia in una forma progressiva di ballata mineraria e sotterranea che emerge lentamente sviluppando un’aura esoterica e shorteriana, segnata da ottimi spunti improvvisativi, mentre la retroguardia sembra muoversi guardando in più direzioni, rispetto al flusso tematico del sax; in particolare il pianoforte sembra preferire un registro cupo e dissonate. «Astra» rappresenta un altro volo pindarico sussurrato, tra sogno e realtà, cielo e terra, dove il sax usa un fraseggio spaziato, quasi per sottrazione, riprendendo l’idea dell’estetica monkiana di Steve Lacy. Al netto di ogni riferimento analitico, Delvò e i suoi sodali agiscono in piena autonomia inventiva ed esecutiva, guardando solo occasionalmente nello specchietto retrovisore del passato. Ne è una dimostrazione «Silver Balancing» che punta verso alcune espressioni tipiche del jazz nordeuropeo. Nel finale, il giusto colpo di coda con «The Cocodile», forse la costruzione sonora più vicina alle regole d’ingaggio del free. In verità, essa nasce da un’unica improvvisazione divisa in due pezzi diversi insieme a «Exotic Circus». Un breve urlo libertario e liberatorio, ammansito sul finale da poche stille di pianoforte, quasi un’endovena al chiaro di luna. A conti fatti, in «The Crocodile Embalsers» di Fabio Delvò & Fellows non vi è nulla di imbalsamato, di stantio, di vieto o di anacronistico, per contro le dinamiche compositive ed esecutive, pur non rinnegando la lezione dei maestri del passato, vivono e respirano autonomamente a pieni polmoni sugli assi cartesiani di una realtà tangibilmente contemporanea ed in perenne divenire.