«Figure(s) a due» di Sergio Armaroli e Giovanni Maier / «Figure(s) a tre» di Sergio Armaroli, Francesca Gemmo e Giovanni Maier / «Stringsland» di Francesca Gemmo e Giovanni Maier

// di Francesco Cataldo Verrina //

Le produzioni musicali dell’etichetta Dodicilune guardano sovente verso universi lontani ed incommensurabili altre, mettendo a confronto linguaggi, stili e metalinguaggi sonori contigui e distanti dalla tradizionale forma mentis della musica improvvisata ed audiotattile, attraverso un modularità espressiva che tende sistematicamente ad un altrove percettivo. Talvolta l’incontro fra artisti sui generis da vita a forme melodiche ed accordali che oltrepassano perfino l’euro-centrica idea di «terza corrente» muovendosi sia a margine del cultura accademica che della musica sincopata afro-americana; elementi molteplici che si fondono magnificamente in un intreccio politematico che apre nuovi scenari sull’universo della musica contemporanea.

Parliamo di tre progetti interconnessi ad altrettanti musicisti che, pur provenendo da differenti esperienze, trovano un punto di confluenza e di vivibilità musicale all’interno di un’affinità elettiva basata su un equilibrato interscambio di ruoli, talvolta compensatorio e mutualistico, altre volte surrettizio, formale ed estetico, ma quasi sempre di ampio respiro creativo: «Figure(s) a due» del vibrafonista Sergio Armaroli e del contrabbassista Giovanni Maier; «Stringsland» della pianista Francesca Gemmo e di Giovanni Maier e «Figure(s) a tre» di Sergio Armaroli, Francesca Gemmo e Giovanni Maier. Tre lavori di elevata cubatura compositiva, formalmente legati da un fil rouge strumentale, o comunque accomunati dalla medesima tensione ideale ed emotiva. La poetica di Sergio Armaroli abbraccia innumerevoli ambiti espressivi permanentemente alla ricerca di un’unità esperienziale. Egli si dichiara pittore, percussionista concreto, poeta frammentario e artista sonoro agendo all’interno del linguaggio jazzistico e dell’improvvisazione tout-court, quali estensioni del concetto di arte. Giovanni Maier contrabbassista, orientato all’ottenimento ed al raggiungimento di un differente nucleo gravitazionale dello scibile sonoro, dal 1989 ad oggi, ha partecipato (anche come band-leader) a svariati jazz festival in tutto il mondo collaborando in studio con musicisti di fama planetaria. Francesca Gemmo, pianista, compositrice e didatta, è balzata all’attenzione grazie ad i suoi lunghi percorsi di sperimentazione e improvvisazione tensioattiva che ne hanno favorito la collaborazione con autorevoli artisti italiani ed internazionali.

«Figure(s) a due» di Sergio Armaroli e Giovanni Maier

«Figure(s) a due» di Armaroli e Maier è ispirato da due dischi ben precisi, pur non essedone una copia speculare o una riproposizione pedissequa: «Tenderness» e «Divine Gemini», incisi nel 1977 dal vibrafonista Walt Dickerson insieme al bassista Richard Davis. Soprattutto, ciò che risalta dopo un’attenta analisi, è la presenza del Coltrane legato alla sua fase free-form. Si ha come l’impressione che il sassofonista abbia travasato i propri precetti e talune intuizioni nel vibrafono di Dikerson, il quale si esprime attraverso i cosiddetti sheet of sound che emergono in maniera stratificata emettendo grappoli verticali di note che fuoriescono copiose dal suo metallofono. Tutto ciò rappresenta l’humus su cui Armaroli e Maier avrebbero impiantato il loro costrutto concettuale coerente innestandolo su dodici «figure» basate su due chiavi, quella di violino e quella di basso. Se si considera l’aspetto minimale di due strumenti percussivi e microtonali, i quali solitamente si esprimono «sottovoce» e in maniera felpata, l’effetto è strabiliante e ricco di sfumature, mentre le varie tracce sono foriere di una compiutezza sonora sorprendente. I due sodali sembrano avvinghiarsi costantemente in maniera serpentina intelaiando un ordito rimico-armonico che favorisce un interplay costante, dinamico ed incentrato su una libertà espositiva non comune. L’esperienza ed il lascito coltraniano, unitamente al perforante sperimentalismo indagante e deflagrante di Dickerson consentono ad Armaroli e Maier di agire e di interagire sulla scorta di piccoli e reiterati lampi di genio, immersioni e riemersioni che non perdono mai il legame con realtà, bypassando il virtuosismo dimostrativo e calligrafo. «L’obiettivo del disco è essere presenti a sé stessi. E ritrovarsi per condividere quel messaggio di unione nel quale si riconobbe Coltrane», precisa Armaroli.

«Figure(s) a tre» di Sergio Armaroli, Francesca Gemmo e Giovanni Maier

La confluenza di tre stili musicali sviluppa costantemente una sorta di gioco di ruolo, dove intima concupiscenza e l’azzardo improvvisativo, finiscono per confluire sistematicamente al medesimo nucleo gravitazionale. Le dodici «figure» collocate in un iperspazio, mediamente impalpabile, sposano i precetti i Béla Bartók, frutto del pensiero laterale, tra demonio e santità, fra luci ed ombre, inquietudini umane e sovrumane, unitamente all’esperanto sonoro di György Kurtág, che con «Játékok» (Giochi) sposta l’idea del suono e del suonare in una dimensione altra, la quale, in alcuni frangenti, regredisce all’infanzia riconquistando purezza ed innocenza, se non altro oltrepassa le sovrastrutture e le infrastrutture. Nel caleidoscopico trittico, il mallettare siderurgico di Armaroli s’imbatte nelle flusso adamantino delle note della Gemmo, a cui fanno eco le ruvide cavate di Maier. Nel rapporto a tre si ristabilisce la circolarità di un sound progressivo che si tritura in maniera quasi dematerializzata, mentre il costrutto si sfilaccia lentamente per poi ricomporsi. I tre musicisti appaiono come microentità autarchiche e separate, apparentemente autonome ed autosufficienti, le quali hanno, però, bisogno di un reciproco e mutuo apporto per «sopravvivere» e dare consistenza e garantire gli alimenti al parenchima sonoro. Tra libertà, fughe, ritorni di fiamma, dialogo e «trialogo» si avverte una costante riediting mentale delle linee espressive e delle «figure», ossia una configurazione del modulo jazzistico nell’accezione più larga del termine, che potremmo definire «JazzArte» e dove la risultante complessiva è sempre superiore alla somma delle singole individualità.

«Stringsland» di Francesca Gemmo e di Giovanni Maier

È lavoro moderato e coraggioso al contempo, a tratti sornione. Francesca Gemmo si muove con agile compostezza fra le note del pianoforte senza mai tradire la propria libertà espressiva a vantaggio del devozionismo tributaristico. Undici composizioni originali, tutta farina del suo sacco. Il cifrario espressivo della pianista si basa su un costante desiderio di diversità melodico-armonica, che si rigenera ad ogni cambio di passo e di mood. La Gemmo procede sovente per sottrazione abbandonando l’ascoltatore in un’aura di sospensione, dove l’imprevedibilità diventa la dinamo che alimenta l’intero impianto sonoro, in cui la complicità del basso di Maier risulta fondamentale e piacevolmente complice. «La terra delle corde» è un titolo apparentemente ambiguo ma, in realtà, alle quattro robuste stringhe del contrabbasso si aggiungono le vibranti corde del pianoforte, a tratti suonato in maniera arpeggiante e su un registro molto più alto, pungente ed acuto rispetto a quello del mastodonte di Maier, il cui apporto accodale risulta nitido e distintivo, mai appannato e subissato dallo strapotere del pianoforte. Tra tempi moderati e brevi interpunzioni, quella della Gemmo si sostanzia come una narrativa catartica e liberatoria, locupletata da un suono ipermodale, transgenico ed abrasivo: «Elle Di Esse» ha un sapore vagamente ancestrale, mentre «Attesa» si staglia in maniera frastagliata nelle torve spire di una habitat surreale, brunito e notturno. «Naturale» è un peana alla scioltezza, quasi privo di vincoli armonici. «Tickling Attila» rappresenta un inno al contrabbasso, mentre «Simon and Sunniva», dai cromatismi onirici e sospesi, sembrerebbe ispirato da «Il racconto del mozzo» di Karen Blixen.