Questo è un valido set da approfondire subito, al fine di approcciare una artista in parte scomparso dal controllo dei radar. L’etichetta discografica, la Esp-Disk, concesse a Ronnie Boykins molta libertà espressiva, tanto da poter mettere in evidenza le sue capacità compositive ed organizzative; soprattutto parliamo di un unicum, in quanto è il solo album come band-leader che egli abbia mai pubblicato.

// Francesco Cataldo Verrina //

Morto a soli 45 anni nel 1980, Boykins è stato un bassista dalle caratteristiche non comuni, forte di un’esperienza maturata sul campo al fianco di Sun Ra, Ornette Coleman, Sam Rivers e molti altri musicisti con il baricentro spostato verso le avanguardie. Nato il 17 dicembre 1935 a Chicago, Ronnie Boykins aveva studiato musica alla DuSable High School portandosi dietro quel tipico mood dei musicisti chicagoani, sempre insofferenti alle regole e tesi alla ricerca di nuovi linguaggi da esplorare o da inventare. Dopo aver lavorato al soldo di Muddy Waters, Johnny Griffin e Jimmy Witherspoon, nel 1958 divenne uno degli uomini di punta dell’Arkestra di Sun Ra, contribuendo a creare un suono originale ed innovativo, basato sull’uso dei toni anziché delle note e partecipando a più di cinquanta album del santone del jazz. Nel 1966 lasciandosi alle spalle l’esperienza con Sun Ra diede vita ad un suo gruppo, Free Jazz Society, formato, insieme al pianista John Hicks e collaborando contemporaneamente con Archie Shepp, Bill Barron, Elmo Hope e il Melodic Art-Tet.

«The Will Come, Is Now», registrato nel febbraio del 1974, ma pubblicato nel 1975, propone un jazz free-form a trazione anteriore. Oltre a Ronnie Boykins al contrabbasso ed al sousafono (strumento della famiglia degli ottoni dal suono grave usato nelle march-band), Joe Ferguson al sax soprano, tenore e flauto, Monty Waters al sax alto e tenore, James Vass al sax alto, soprano e flauto, Daoud Haroom al trombone, Art Lewis alle percussioni e George Avaloz alle congas. Si tenga conto che a metà anni Settanta il jazz era diventato una specie di incubatore naturale di qualunque tendenza sonora o influenza esterna, per cui non è difficile riscontrare fra le pieghe dell’album di Boykins, sonorità etniche, afro-orientali e terzomondismi vari., una sorta di preambolo allo spiritual-Jazz-esoteric-modal. Del resto, con un background formativo legato a Sun Ra non avrebbe potuto essere diversamente. E poi la lezione di vita e di musica di Ornette e Don Cherry che avevano spalancato le porte alle culture altre, era sotto gli occhi di tutti.

Tutte le tracce eseguite durante la sessione furono composte da Ronnie Boykins e sono imperniate su un ricco campionario sonoro, a volte frenetico e stridente, altre spaziato e sfuggente; i cromatismi e toni sono cangianti e sembrano mutare da un pezzo all’altro come un colore che cambia gradazione work in progress. I solisti si alternano in prima linea sostenuti dal resto dell’ensemble, creando strutture armoniche e ritmiche che si addensano come in una tela impressionista. Boykins tira fuori anche l’arco, dimostrando che le frecce nella faretra, pronte ad essere scagliate, sono davvero tante: «Starlight At The Wonder Inn», mette in evidenza la sua efficace tecnica con l’archetto, mentre i fiati ricamano melodie sotterranee e ricche di interferenze, seguendo un tracciato tortuoso per filo e per segno. L’intreccio di tanti ottoni, a volte all’unisono, produce un effetto quasi tradizionale, specie in «Demon’s Dance», riportando alla mente i grandi ensemble di Mingus.

L’uso dei fiati a rotazione, con frasi brevi e veloci e con un solista a turno, come in «Dawn Is Evening Afternoon», favorisce i cambi di tempi e le variazioni umorali, che rimandano alle orchestre di Gil Evans. In «Tipping i sassofoni sono impiegati in alternanza ed in vari duetti, in maniera vagamente dissonante ed atonale, al fine di creare un piacevole contrasto, mentre le percussioni e le congas conferiscono al costrutto sonoro un’aria di esotismo, senza precipitare sul bagnasciuga turistico-caraibico. Il climax si raggiunge con «The Third I» un lungo componimento che supera i 12 minuti, forse il più vicino all’estetica del free jazz. Gli strumenti a percussione fanno da linea guida, mentre l’intero line-up si muove in un’orgia di sassofoni; per contro l’intenso e pungente suono dei flauti produce un vortice dal sapore mediorientale, che fluttua come una danza del ventre rimbalzando su un tappeto ritmico dinoccolato e serpeggiante. «The Will Come, Is Now» è un disco geniale negli arrangiamenti e nell’esposizione, forte di un ensemble pervaso da uno stato di grazia e guidato da una forza telepatica.