{"id":801,"date":"2023-06-17T20:16:40","date_gmt":"2023-06-17T20:16:40","guid":{"rendered":"https:\/\/verrina.it\/wp\/?p=801"},"modified":"2023-06-26T15:54:40","modified_gmt":"2023-06-26T15:54:40","slug":"the-omnichord-real-book-di-meshell-ndegeocello-il-primo-capolavoro-non-jazz-della-blue-note","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/verrina.it\/wp\/2023\/06\/17\/the-omnichord-real-book-di-meshell-ndegeocello-il-primo-capolavoro-non-jazz-della-blue-note\/","title":{"rendered":"\u00abTHE OMNICHORD REAL BOOK\u00bb DI MESHELL NDEGEOCELLO, IL PRIMO CAPOLAVORO NON-JAZZ DELLA BLUE NOTE"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">In ogni decennio la musica african-american si rigenera ed impone una \u00abdivinit\u00e0\u00bb che ne comprenda, grosso modo, tutti gli assunti del momento. Meshell Ndegeocello \u00e8 il nome attualmente pi\u00f9 ricorrente nell&#8217;ambito di quella che vie definita, in tale caso in maniera riduttiva e approssimativa, BAM: Black American Music. Di certo, riassumere in due parole l&#8217;arte e la parabola ascendente della Ndegeocello non \u00e8 impresa agevole; il generico <em>black american music<\/em> appare estremamente riduttivo. Stiamo parlando di un fenomeno che ha mostrato una crescita progressiva ed un flottante attivo e che, in quasi trent&#8217;anni di carriera, ha saputo erigere intorno a s\u00e8 un habitat sonoro ideale, un microcosmo <em>ad usum delphini<\/em>, un enclave personale entro cui poter spaziare a suo piacimento. La bassista esordisce nel 1993 per l&#8217;etichetta di Madonna, la Maverick Records, con \u00abPlantation Lullabies\u00bb, caratterizzato da una miscellanea di spoken-word, R&amp;B e proto-neo-soul, a cui segue nel 1996 \u00abPeace Beyond Passion\u2019\u00bb, fino alla svolta rock di \u00abBitter\u00bb basato su composizioni acustiche scarne ed essenziali, contenente perfino un pezzo di Jimi Hendrix; dalla repentina virata verso il jazz con le collaborazioni di Pat Metheny e Cassandra Wilson, o il sentito tributo a Nina Simone, e via via fino \u00abVentriloquism\u00bb del 2018. Quindi cinque anni di silenzio interrotto solo da \u00abThe Omnichord Real Book\u00bb nuovo progetto discografico su doppio vinile, giunto nei negozi italiani da qualche settimana e che, come vedremo, rappresenta un&#8217;autentica svolta per la carriera della polistrumentista americana.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Meshell \u00e8 sempre stata coraggiosa nelle sue continue metamorfosi<\/strong>, emulando vagamente il percorso accidentato ed imprevedibile del tanto (da lei) ammirato Prince, che rispetto alla mutevole e burrascosa personalit\u00e0 della Ndegeocello, appare come un tranquillo signore di campagna intento a coltivare fiori e piante ornamentali. Del suo storico debutto, Ndegeocello ha fatto della libert\u00e0 il motore mobile del suo <em>modus agendi<\/em>, distillando un suono e uno stile, non facilmente perimetrabili, alimentati da molti affluenti della musica nera, sulla spinta di in una raffinatissima e continua metamorfosi, tra influenze soul, funk, reggae, dub, rock e jazz, collaborando con Prince, Lenny Kravitz, John Mellencamp, The Rolling Stones, Alanis Morissette, Pat Metheny, George Clinton, Herbie Hancock, Bryan Adams, Marcus Miller, Cassandra Wilson e molti altri. Oltre dieci nomination ai Grammy Award nel corso di una lunga carriera a macchia di leopardo sono anche un segno tangibile di come lo show-biz americano abbia sempre tenuto in considerazione questo eclettico e proteiforme personaggio, ma senza mai riuscire a darle una giusta collocazione: cantante, rapper, compositrice, turnista, bassista e multi strumentista. Figlia di un sergente dell&#8217;esercito USA (sassofonista nella banda militare) e di un&#8217;infermiera di stanza in Germania, Meshell Ndegeocello (che in Swahili significa \u00ablibera come un uccello\u00bb), il cui vero nome \u00e8 Michelle Lynn Johnson, nasce a Berlino, ma americana a tutti gli effetti di legge e, dopo aver totalizzato dodici album di studio oggi trova la sua \u00abconsacrazione\u00bb grazie al debutto con la storica etichetta Blue Note: il Pantheon dei divinit\u00e0 del jazz e non solo, il tempio pagano che, sin dagli anni Quaranta, ha sempre celebrato la musica e la cultura afro-americana a vari livelli. Per un artista di colore approdare alla Blue Note significa salire un gradino sopra la media ed avere gi\u00e0<em> in nuce<\/em> un stampino pronto per la <em>hall of fame.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>\u00abThe Omnichord Real Book\u00bb diventa per Meshell Ndegeocello<\/strong> una catarsi liberatoria. L&#8217;artista si mostra pi\u00f9 matura e consapevole ed ha inteso scoperchiare la botola di un ripostiglio in cui teneva nascosti i propri segreti, certe paure e talune insicurezze: \u00ab<em>Ho detto cose a cui non credo<\/em>\u00bb, canta sommessamente la Ndegeocello in un ritornello pieno di tristezza. \u00ab<em>Ho fatto cose che non sono io\u00bb<\/em>. Il tema \u00e8 quello di \u00abGatsby\u00bb, scritto e inciso per la prima volta da Samora Pinderhughes, ma aderisce all&#8217;idea che Meshell sembra desiderosa di contemplare: una questione di principio e non uno stato d&#8217;animo passeggero. Una canzone che distilla gocce di emozioni, incentrata sul sontuoso pianoforte di Cory Henry e sull&#8217;incredibile voce di Joan As Police Woman, che risucchia il fruitore in un vortice di sensazioni. The Omnichord Real Book costituisce, in un certo senso, il prodotto di uno stridente riallineamento, come spiega la Ndegeocello nelle note di copertina: \u00ab<em>Tutto si \u00e8 mosso cos\u00ec rapidamente quando sono morti i miei genitori. Ho cambiato la mia visione di tutto e di me stessa in un batter d&#8217;occhio<\/em>\u00bb. \u00ab<em>Mentre setacciavo i resti della loro vita insieme<\/em>\u00bb, continua, \u00ab<em>ho trovato il mio primo Real Book, quello che mi aveva regalato mio padre<\/em>\u00bb. Gli appassionati di jazz identificano il Real Book con un volume di spartiti che ha circolato in varie edizioni fin dai primi anni Settanta; il titolo ironizza sulla tradizione di un libro falso, concepito per aiutare i musicisti a \u00abfingere\u00bb di aver trovato la loro strada attraverso la melodia. La Ndegeocello, il cui padre &#8211; come gi\u00e0 accennato &#8211; era un sassofonista arruolato nelle bande dell&#8217;esercito americano, tende a tenere a distanza la parola jazz, ma c&#8217;\u00e8 un motivo per cui usa, quale pietra di paragone, questo libercolo messo ufficialmente all&#8217;indice. <em>The Real Book<\/em> \u00e8 stato recentemente posto sotto esame da esperti musicologi e ritenuto come un \u00abcanone escludente\u00bb dal jazz. Per contro, le informazioni e le nozioni di base contenute in quelle pagine apocrife hanno, presumibilmente, fornito a Meshell Ndegeocello una via d&#8217;accesso alla musica ed al jazz, cos\u00ec come ad innumerevoli altri musicisti. \u00abThe Omnichord Real Book\u00bb pi\u00f9 che un album jazz e un album pubblicato dell&#8217;etichetta jazz per antonomasia: nonostante vi abbiano preso parte il pianista Jason Moran e l&#8217;arpista Brandee Younger, la Ndegeocello plasma e modella il costrutto sonoro con una sagomatura ed un linguaggio tutto suo. I virtuosismi del basso elettrico, si appoggiano sovente sui ritmi sintetici digital-primitivi di un Omnichord a 8 bit, cos\u00ec il groove afro-beat di \u00abOmnipuss\u00bb diventa un modo per costeggiare ai lati il jazz senza mai assumerne il pieno carico. Il singolo \u00abVirgo\u00bb, un inno afro-futurista con gli occhi puntati al cielo scelto a rappresentare l&#8217;album in prima battuta, \u00e8 una magistrale opera di funk\/space\/rock con un&#8217;atmosfera sviluppata dal basso synth della Ndegeocello, dalla vibrante arpa di Brandee Younger e dal fluidificante organo Farfisa di Julius Rodriguez.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Il singolo ha fissato un metro di paragone ben preciso <\/strong>ed uno standard piuttosto elevato, che l&#8217;album \u00abThe Omnichord Real Book\u00bb sembrerebbe rispettare appieno. Sebbene nessuno degli altri brani faccia riferimento a viaggi nello spazio, per terra o per mare, il sentimento che sta alla base dell&#8217;intero comprensorio sonoro del disco somiglia parecchio ad un&#8217;Odissea. \u00ab<em>\u00c8 un po&#8217; tutto di me, dei miei viaggi, della mia vita<\/em>\u00bb, dice Ndegeocello. Il <em>concept<\/em> musical-canoro rappresenta la summa del vissuto di un&#8217;artista mutevole e dal multiforme ingegno che ha pubblicato il primo disco una trentina di anni fa e che intende sintetizzare gli elementi pi\u00f9 importanti della propria carriera affacciandosi, contestualmente, sul sponda di un&#8217;esistenza non comune e vissuta a velocit\u00e0 variabile. Si potrebbe pensare alla ricerca di una dimensione altra: l&#8217;artwork di \u00abThe Omnichord Real Book\u00bb presenta un&#8217;illustrazione della bassista con un terzo occhio che le penetra nella testa. Su \u00abAn Invitation\u00bb, che incorpora il suo drum-programming retr\u00f2, la Ndegeocello fa una sorta di confessione: \u00ab<em>Temo di aver perso la strada<\/em>\u00bb. In altre parti dell&#8217;album, l&#8217;artista d\u00e0 voce alle sue aspirazioni o portando i propri ammonimenti in contesti pi\u00f9 organici assecondata da Jason Moran, il cui pianoforte sembra incorniciare una sorta di mantra: \u00ab<em>Non lasciare che il mondo esterno \/ Ti distragga dal tuo mondo interiore<\/em>\u00bb. L&#8217;album \u00e8 strutturato non come un competizione veloce e bruciante, ma piuttosto come una gara sulla distanza, in cui l&#8217;agonismo e l&#8217;iperbole creativa crescono progressivamente e dove le prime tracce hanno la funzione di trasportare l&#8217;ascoltatore nel mood e nel groove complessivo del progetto. Il cambio di passo \u00e8 marcato come una pietra miliare dalla quarta traccia, \u00abGood Good\u00bb, uno dei climax dell&#8217;album. La temperatura corporea della creatura sonora si alza notevolmente con il gi\u00e0 citato \u00abOmnipuss\u00bb, uno strumentale locupletato dalla combinazione fra il drumming di Abe Rounds con influenze disco-funk e la l&#8217;abrasiva chitarra di Chris Bruce. La musica di Meshell si nutre del suo mondo interiore, creando un universo quasi parallelo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Oltre a collaboratori abituali come il chitarrista Chris Bruce<\/strong> e il batterista Deantoni Parks, l&#8217;album vede la presenza di ospiti quali Jeff Parker, la cui chitarra elettrica tesse un viaggio dalle trame mutevole dal titolo \u00abASR\u00bb in un modello paradigmatico ed esportabile di space\/jazz\/soul; Ambrose Akinmusire, che si adopera in un coro di trombe multitraccia, sia in un assolo abilmente incastonato in \u00abBurn Progression\u00bb; Joel Ross, che dispensa con con eleganza e sobriet\u00e0 la filigrana metallica del suo vibrafono in \u00abTowers\u00bb; Justin Hicks, Kenita Miller-Hicks e Jade Hicks, un trio familiare che si esibisce come The Hawt Plates, il quale apporta in \u00abThe 5th Dimension\u00bb un adamantino bagliore in odor di Prince e \u00abPurple Rain\u00bb. Tra gli altri componimenti svetta \u00abClear Water\u00bb: \u00ab<em>Non lasciatevi ingannare dal mito del controllo, siate in pace nel caos<\/em>\u00bb declama Sanford Biggins con una tempra rassicurante. Il suo speech pronunciato sopra i licks jazz di Jeff Parker risulta avvolgente, sviluppando un senso di attesa e di sospensione per i primi due minuti, quindi come un animale affamato che esce dalla tana, il compost sonoro tira fuori gli artigli e prende in prestito le armi di Sly &amp; The family Stone, richiamando alla mente il lato pi\u00f9 rilassato dei Parliament-Funkadelic di George Clinton. Nel complesso la Ndegeocello, pratica una sorta di rito propiziatorio, attraverso un meticoloso sciamanesimo, dando un tocco lineare e sagomato a ogni tessitura melodico-armonica o pulsazione ritmica. \u00ab<em>Tutto \u00e8 sotto controllo<\/em>\u00bb, canta nel pezzo pi\u00f9 morbido dell&#8217;album, \u00abCall The Tune\u00bb, assecondata dalla chitarra acustica di Chris Bruce, dal multitraccia di Hanna Benn e dal sassofono contralto di Johnson. In fondo, \u00abThe Omnichord Real Book\u00bb non tradisce alcun conflitto mentre ripete questa linea, seppure alternando momenti pi\u00f9 intimi a situazioni pi\u00f9 estroverse, si mantiene costantemente in un&#8217;orbita di rassicurazione meditativa, fatta di tensione e rilascio proprio come avviene in un disco jazz.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"600\" src=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/MeshellNdegeocello.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-802\" srcset=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/MeshellNdegeocello.jpg 900w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/MeshellNdegeocello-300x200.jpg 300w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/MeshellNdegeocello-768x512.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><strong><em>Meshell Ndegeocello<\/em><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ In ogni decennio la musica african-american si rigenera ed impone una \u00abdivinit\u00e0\u00bb che ne comprenda, grosso modo, tutti gli assunti del momento. 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