{"id":737,"date":"2023-06-13T20:11:58","date_gmt":"2023-06-13T20:11:58","guid":{"rendered":"https:\/\/verrina.it\/wp\/?p=737"},"modified":"2023-06-13T20:11:59","modified_gmt":"2023-06-13T20:11:59","slug":"benny-carter-con-jazz-giant-un-gigante-a-cavallo-tra-due-mondi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/verrina.it\/wp\/2023\/06\/13\/benny-carter-con-jazz-giant-un-gigante-a-cavallo-tra-due-mondi\/","title":{"rendered":"BENNY CARTER CON \u00abJAZZ GIANT\u00bb, UN GIGANTE A CAVALLO TRA DUE MONDI"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><em><strong>Benny Carter \u2013 \u00abJazz Giant\u00bb, 1958<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong><em>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">Quando registr\u00f2 questa sessione particolarmente efficace per Contemporary, Benny Carter era gi\u00e0 stato un protagonista del jazz per quasi 30 anni. Rilevante il contributo del sassofonista tenore Ben Webster, del trombonista Frank Rosolino e del chitarrista Barney Kessel. Carter, che suona anche la tromba in \u00abHow Can You Lose\u00bb, appare in ottima forma durante tutto il set costituito da cinque standard e due brani originali scritti da lui. Nell\u2019insieme la musica contenuta in \u00abJazz Giant\u00bb \u00e8 senza tempo, superando i ristretti confini spazio-temporali, soprattutto travalica le semplici e schematiche categorie di \u00abswing\u00bb o \u00abbebop\u00bb: la definizione pi\u00f9 appropriata dovrebbe essere&nbsp;<em>jazz evergreen<\/em>. Fissiamo subito alcuni punti di ancoraggio: \u00abJazz Giant\u00bb, titolo non proprio originalissimo, \u00e8 un album in grado di sedurre il jazzofilo pi\u00f9 esigente e schizzinoso, come il neofita pi\u00f9 spaesato, perfino colui che di jazz non ne vorrebbe neppure sentire l\u2019odore lontano un miglio; \u00e8 un disco facile ed immediato, solare, aperto, ricco di melodia, senza complicazioni intellettualoidi e sperimentalismi complicati, completamente avulso da ogni metodo improvvisativo non catalogabile, fuori dalle regole e dai dettami pi\u00f9 classici del vernacolo jazzistico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>\u00abJazz Giant\u00bb, come titolo, oltre che banale<\/strong>, potrebbe apparire pretenzioso ed, al primo impatto, essere recepito con scetticismo, eppure Benny Carter ebbe un ruolo di tutto rispetto nella storia del jazz, magari un gradino sotto l\u2019Eden delle solite sette o otto divinit\u00e0 adorate su tutto il pianeta Terra, ma insieme a decine di altri validi musicisti, interpreti e compositori, costitu\u00ec la struttura portante di un fenomeno musicale, a volte elitario e ideologizzato, ma fortemente popolare con oltre un secolo di divulgazione sul groppone. Volendo usare un paradosso, Benny Carter<strong>&nbsp;<\/strong>\u00e8 stato forse il pi\u00f9 grande fra i leaders di big band, di cui la maggior parte delle persone non ha mai sentito parlare, al netto degli esperti o dei veri appassionati jazz senza distinzione di razza, ceto e censo. Dopo la prima fase della carriera, gi\u00e0 parzialmente consegnata agli annali, negli anni Cinquanta Carter si stabil\u00ec a Hollywood ed inizi\u00f2 a registrare una serie di album di una certa qualit\u00e0, cementando la sua reputazione. \u00abJazz Giant\u00bb \u00e8 un eccellente lavoro che funge in parte da preziosa reliquia di un\u2019epoca passata quando era in voga lo swing di Kansas City, ma al contempo si muove agilmente nel contesto sonoro di quegli anni, quando il jazz si divideva in tanti rivoli e innumerevoli tendenze e le personalit\u00e0 dei singoli si stagliavano all\u2019orizzonte, allontanandosi dal movimento bop in maniera evidente, prendendo le distanze dalla moltitudine, talvolta pi\u00f9 per eccesso di diversit\u00e0 e di unicit\u00e0 tecnica, che non per reali meriti artistici. Il jazz di quegli anni non era di certo affare da poco e da pochi, facile da contenere e da descrivere senza qualche affanno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Con il senno di poi, compilatori di enciclopedie e saggisti&nbsp;<\/strong>a vario titolo si sono limitati a schematizzare: la materia da plasmare era tanta, i dischi da trattare e catalogare molteplici. Questo \u00e8 comunque un lavoro che non passa inosservato, nel bene e nel male. Forse eccessivamente avanti e non ortodosso rispetto allo swing, troppo arretrato rispetto al bop. Oltre a Carter, Ben Webster, un altro \u00abgigante\u00bb, che ebbe una seconda vita artistica negli anni Cinquanta, ha dato il suo fattivo contributo a queste registrazioni facendosi strada attraverso alcuni incisi immortali e ricamando melodie a presa rapida con un tocco sul sassofono da grande maestro: solo questa sarebbe una ragione sufficiente per correre a cercare il disco. A supporto un\u2019ottima sezione ritmica costituita da un gruppo di musicisti di area West Coast: Frank Rosolino trombone, Andre Previn e Jimmy Rowles piano, Barney Kessel chitarra, Leroy Vinnegar basso, Shelly Manne batteria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>A giudicare dal loro entusiastico accompagnamento<\/strong>&nbsp;e dalla facilit\u00e0 con cui trattano la materia, probabilmente, al momento della registrazione, avevano divorato tutti i precedenti dischi di Carter. Il gruppo passeggia con disinvoltura e passo deciso attraverso una selezione di standard provenienti dalla prima met\u00e0 del secolo e due composizioni originali che non sfigurano al confronto. Rowles, Kessel e Rosolino si muovano alla perfezione sulla partitura, ma il piacere scaturisce soprattutto nell\u2019ascoltare gli inserti di Webster e Carter. Gli assoli di Carter, con eleganza signorile e frasi sfreccianti, trovano ricche vie armoniche in \u00abIs not She Sweet\u00bb. Webster, d\u2019altra parte, passa indenne attraverso i cambiamenti di ritmo e di umore dell\u2019ensemble, impiegando pazientemente un tono misurato con un contenuto tasso armonico, tanto da evitare di suonare in maniera troppo sentimentale e dolciastra. Come bonus, Carter sottolinea la sua abilit\u00e0 sulla tromba in due brani, entrambi i quali dimostrano che avrebbe potuto avere una discreta carriera anche con tale strumento. La musica di queste sessioni non accampa pretese di cambiamento sulla storia del jazz, mostrandosi luminosa, rilassata, vivace e dotata di uno swingin\u2019 contagioso. Ognuno dei musicisti ha la possibilit\u00e0 di suonare liberamente ed affermare il proprio valore. Carter si esprime con il suo caratteristico lirismo, abilit\u00e0 tecnica e la tipica ricercatezza del suono cristallino, proprio come il gigante Ben Webster dimostra una straordinaria immaginazione melodica. Frank Rosolino conferma la sua individualit\u00e0 inventiva, Barney Kessel suona con il solito fraseggio flessuoso, uno spirito quasi laconico e una consumata disinvoltura, mentre la sezione ritmica non \u00e8 mai inferiore alla prima linea.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Le due tracce iniziali dell\u2019album,<\/strong>&nbsp;\u00abOld Fashioned Love\u00bb e \u00abI\u2019m Coming Virginia\u00bb, pur eseguite con un gusto moderno, sono un tuffo nel passato: come rivedere un film degli anni \u201930 con un\u2019affollata da ballo su un battello da crociera che risale il Missisipi; \u00abA Walkin\u2019 Thing\u00bb strizza l\u2019orecchio al bop, ma senza sconfinare eccessivamente. La seconda facciata si apre con \u00abBlue Lou\u00bb, un contagioso swing suonato magistralmente con la tempra di una big band; a seguire \u00abAint No She Sweet\u00bb, una morbida ballata dal&nbsp;<em>mood&nbsp;<\/em>vagamente cool. Le ultime due tracce, \u00abHow Can You Loose\u00bb e \u00abBlues My Naughty Sweetie Gives To Me\u00bb, presero vita felicemente in modo fortuito, grazie alla lungimiranza dei sodali. Benny Carter aveva fissato una sessione in studio, ma si ammal\u00f2 all\u2019ultimo minuto, cos\u00ec Barney assunse il ruolo di leader, mentre i sidemen decisero di usare il loro tempo per una seduta di prove informale, durante le quali espressero anche la loro verve creativa. I risultati furono eccellenti ed includono alcuni delle migliori performance mai registrate da Webster e Rosolino. Il tempo di esecuzione dell\u2019album \u00e8 breve, appena quaranta minuti, ma c\u2019\u00e8 abbastanza swing classico per ricordare all\u2019ascoltatore quel tempo non lontano in cui il jazz era pi\u00f9 musica da ballo e da compagnia, che mera esplorazione introspettiva, sperimentalismo e antagonismo sociale. Siamo nel 1958 ed il jazz moderno cominciava ad aprirsi un varco vero nuove abissali profondit\u00e0 da scandagliare.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"950\" height=\"552\" src=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/bennycarterjazzgiants-e1669416867790.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-740\" srcset=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/bennycarterjazzgiants-e1669416867790.jpg 950w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/bennycarterjazzgiants-e1669416867790-300x174.jpg 300w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/bennycarterjazzgiants-e1669416867790-768x446.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 950px) 100vw, 950px\" \/><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Benny Carter \u2013 \u00abJazz Giant\u00bb, 1958 \/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ Quando registr\u00f2 questa sessione particolarmente efficace per Contemporary, Benny Carter era gi\u00e0 stato un protagonista del jazz per quasi 30 anni. 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