{"id":2631,"date":"2026-04-08T08:56:51","date_gmt":"2026-04-08T08:56:51","guid":{"rendered":"https:\/\/verrina.it\/wp\/?p=2631"},"modified":"2026-04-08T08:59:56","modified_gmt":"2026-04-08T08:59:56","slug":"intervista-inedita-a-michel-petrucciani-non-ho-mai-cercato-il-virtuosismo-fine-a-se-stesso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/verrina.it\/wp\/2026\/04\/08\/intervista-inedita-a-michel-petrucciani-non-ho-mai-cercato-il-virtuosismo-fine-a-se-stesso\/","title":{"rendered":"Intervista inedita a Michel Petrucciani: \u00abNon ho mai cercato il virtuosismo fine a se stesso!\u00bb"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\u2026Vorrei che si sentisse che non ho mai avuto paura del vuoto. Ho riempito ogni spazio con vitalit\u00e0, non per horror vacui, ma per amore del gesto sonoro. Vorrei che chi mi ascolta capisse che la fragilit\u00e0 pu\u00f2 tradursi in una forza d\u2019urto immensa. La musica non \u00e8 solo suono; \u00e8 una differente possibilit\u00e0 di stare al mondo\u2026<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. Si parla della musica come spazio di liberazione. Ti senti un artista che vive in una costante accelerazione esistenziale?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. Assolutamente s\u00ec. Non posso permettermi la cautela. I duecento concerti all\u2019anno non sono un carico, ma un\u2019urgenza. Ogni performance \u00e8 un atto totale perch\u00e9 so che la musica \u00e8 l\u2019unico luogo dove il mio corpo trova una misura diversa, una forma di esistenza superiore.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. Analizziamo il tuo rapporto con i giganti: Corea, Jarrett e Hancock. Ti senti distante da queste tre colonne del pianoforte moderno?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. Mi sento autonomo. Non ho la monumentalit\u00e0 architettonica di Chick, n\u00e9 la spiritualit\u00e0 meditativa di Keith o la sofisticazione timbrica di Herbie. Di Jarrett prendo il fraseggio lirico ma lo rendo pi\u00f9 diretto; di Corea condivido la precisione del tocco, ma io preferisco far scorrere la musica piuttosto che costruirla geometricamente.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. Michel, partiamo dalle tue radici. La musica sembra essere stata per te un orizzonte disciplinare immediato. Tanto che hai trasformato una difficolt\u00e0 in una poetica del tocco?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. Vedi, per me il pianoforte non \u00e8 mai stato un semplice strumento, ma un animale da domare. La mia osteogenesi imperfetta ha ridotto le distanze fisiche, ma ha concentrato l\u2019energia. Mio padre costru\u00ec un marchingegno per permettermi di raggiungere i pedali: non era un espediente, era l\u2019inizio di un dialogo meccanico. Ho dovuto inventare una tecnica per necessit\u00e0, trasformando la brevit\u00e0 delle leve in rapidit\u00e0 d\u2019esecuzione e chiarezza orchestrale.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. Molti critici accademici analizzano la tua indipendenza tra mano destra e mano sinistra come un case-study. Qual \u00e8 la funzione strutturale di questa separazione nel tuo fraseggio?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. Non ho mai cercato il virtuosismo fine a se stesso. La mia mano sinistra non si limita a sorreggere; essa dispensa controcanti e minuscole dissonanze, cercando di sfondare varchi armonici. L\u2019obiettivo \u00e8 la polifonia: il pianoforte deve respirare su pi\u00f9 livelli simultanei, come se fosse un\u2019orchestra ridotta in un unico mobile di legno e avorio.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. Hai spesso citato Bill Evans come un riferimento. In che modo hai rielaborato la sua lezione senza cadere nell\u2019imitazione?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. Di Evans mi affascina la capacit\u00e0 di convertire l\u2019accordo in un microcosmo. Tuttavia, io ho cercato di rendere quella logica pi\u00f9 mobile, pi\u00f9 vicina a un moto perpetuo. Qualcuno mi ha definito un \u00abCharlie Parker del pianoforte\u00bb: ecco, ho preso la profondit\u00e0 di Evans e l\u2019ho accelerata, vestendola di una luminosit\u00e0 differente, meno introspettiva e pi\u00f9 solare.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. Parliamo dei tuoi esordi. Figure come Clark Terry e Charles Lloyd sono state fondamentali. Cosa hai appreso dal rito del palco con loro?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. Con Clark ho imparato la prontezza e la sensibilit\u00e0 ritmica; il palco \u00e8 un luogo di microvariazioni continue. Charles Lloyd, invece, comprese che non cercavo modelli esterni, ma un mio ordine armonico interno. Entrare nel suo quartetto \u00e8 stata una maturazione vertiginosa: mi ha insegnato a gestire strutture modali aperte che si espandono nel tempo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. La tua produzione per la Blue Note segna il passaggio da esecutore a compositore. Come definiresti il tuo modulo compositivo?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. Amo la forma breve. Cerco temi che appaiano semplici all\u2019ascolto ma che nascondano divergenze armoniche sottili. Nelle mie ballad uso estensioni raffinate per toccare regioni inattese, mentre nei brani energici cerco un equilibrio tra lo slancio dell\u2019hard bop e il controllo del lirismo francese.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. A proposito di Francia, quanto pesa la tradizione europea e cameristica nel tuo jazz, che pure appare cos\u00ec profondamente radicato nel vernacolo afro-americano?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. \u00c8 una duplice radice inscindibile. Il mio universo nasce dall\u2019assimilazione rigorosa del linguaggio americano \u2013 penso a Wynton Kelly o McCoy Tyner \u2013 filtrata per\u00f2 attraverso una sensibilit\u00e0 melodica transalpina. C\u2019\u00e8 dentro la chanson, la musica da camera, la chiarezza della classicit\u00e0 francese. Non appartengo a una scuola, ma a un territorio di confine.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. Il tuo album \u00abPianism\u00bb \u00e8 considerato un vertice di classicit\u00e0 moderna. Qual era il tuo obiettivo in quello studio di registrazione?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. Volevo che il mio pensiero armonico fosse nudo e nitido. In quel disco le voci interne emergono con una trasparenza quasi cameristica. Volevo dimostrare che il jazz post-bellico poteva sposarsi perfettamente con una sintesi derivativa europea senza perdere il groove.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. In \u00abPower Of Three\u00bb, ti sei confrontato con Jim Hall e Wayne Shorter. Come si trova un break-even point tra personalit\u00e0 cos\u00ec diverse?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. Ascoltando. Jim \u00e8 la linearit\u00e0 pura, Wayne \u00e8 la libert\u00e0 assoluta. Io ho cercato di fare da ponte, usando un fraseggio agile che si muovesse tra la poetica di Hall e l\u2019improvvisazione aperta di Shorter. Il segreto \u00e8 non cercare di sovrastare, ma far convergere le energie.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. Il tuo omaggio a Duke Ellington in \u00abPromenade With Duke\u00bb evita la reverenza accademica. Come hai decostruito i suoi classici?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. Ho cercato di far affiorare la struttura profonda di Duke, che \u00e8 incredibilmente moderna. Non volevo fare un tributo statico, volevo ricomporre quei temi dall\u2019interno, aprendo gli accordi e trasformando ogni standard in un laboratorio di variazioni personali.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. Spesso si dice che il tuo stile non abbia generato veri imitatori. Ti dispiace non aver creato idealmente una \u00abscuola\u00bb?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. No, perch\u00e9 la mia tecnica \u00e8 nata da una necessit\u00e0 fisica specifica e irripetibile. \u00c8 difficile imitare un suono che nasce da una sintesi cos\u00ec personale tra dolore fisico e gioia sonora. Chi prova a copiarmi spesso si ferma alla superficie della velocit\u00e0, ma il mio segreto \u00e8 nell\u2019equilibrio tra rigore e spontaneit\u00e0.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. Se dovessi indicare un elemento che definisce il tuo contrassegno saliente, quale sceglieresti?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. La capacit\u00e0 di far convivere una tecnica vertiginosa con una sorgivit\u00e0 melodica leggera. Il mio tocco non cerca mai la massa sonora, ma la chiarezza. Ogni nota deve avere la sua fisionomia, anche nei passaggi pi\u00f9 febbrili.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>D. Michel, un\u2019ultima riflessione: guardando indietro alla tua traiettoria, cosa vorresti che rimanesse del tuo corpus di registrazioni?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>R. Vorrei che si sentisse che non ho mai avuto paura del vuoto. Ho riempito ogni spazio con vitalit\u00e0, non per horror vacui, ma per amore del gesto sonoro. Vorrei che chi mi ascolta capisse che la fragilit\u00e0 pu\u00f2 tradursi in una forza d\u2019urto immensa. La musica non \u00e8 solo suono; \u00e8 una differente possibilit\u00e0 di stare al mondo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"692\" src=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Petrucciani_Umbriajazz2-1024x692-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2633\" srcset=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Petrucciani_Umbriajazz2-1024x692-1.jpg 1024w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Petrucciani_Umbriajazz2-1024x692-1-300x203.jpg 300w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Petrucciani_Umbriajazz2-1024x692-1-768x519.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Intervista realizzata in occasione di Umbria Jazz, nella prima met\u00e0 degli anni Novanta<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u2026Vorrei che si sentisse che non ho mai avuto paura del vuoto. 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