{"id":2077,"date":"2024-12-11T22:49:08","date_gmt":"2024-12-11T22:49:08","guid":{"rendered":"https:\/\/verrina.it\/wp\/?p=2077"},"modified":"2024-12-11T22:49:09","modified_gmt":"2024-12-11T22:49:09","slug":"donald-byrd-con-fancy-free-due-epoche-due-stili-blue-note-1970","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/verrina.it\/wp\/2024\/12\/11\/donald-byrd-con-fancy-free-due-epoche-due-stili-blue-note-1970\/","title":{"rendered":"Donald Byrd con \u00abFancy Free\u00bb: due epoche, due stili (Blue Note 1970)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><em><strong>L\u2019incontro al vertice fra il jazz ed il funk determin\u00f2 numerosi modelli espressivi che si diffusero come un virus sinciziale, finendo per condizionare anche l\u2019intero comparto fusion. Uno dei tanti jazzman di alto lignaggio, che privilegi\u00f2 l\u2019incontro fra il soul-jazz e il funk elettrico, fu Donald Byrd.<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">Gli anni Settanta sono stati un crogiolo di stili, di tendenze e di metalinguaggi sonori che si sono accavallati, fusi e compenetrati sfruttando l\u2019evoluzione tecnologica del periodo e facendo marcatamente ricorso alle strumentazioni elettroniche, mentre l\u2019uso della chitarre distorte modello&nbsp;<em>hard<\/em>\u2013<em>warrior,&nbsp;<\/em>faceva sembrare certa musica pi\u00f9 simile al rock che al jazz: Chick Corea con Return To Forever, i Weather Report e Tony Williams Lifetime, sulla scia della svolta elettrica davisiana, costituirono le punte avanzate del fenomeno insieme a Larry Coryell\u2019s Eleventh House o la Mahavishnu Orchestra, ma l\u2019elenco potrebbe essere lunghissimo. La cosiddetta fusion jazz-rock, per lungo tempo fu dominante sul mercato, sovente spacciata per jazz nell\u2019accezione pi\u00f9 stretta del termine, a causa di una debacle del mainstream, di una recessione del vernacolo tradizionale ed il suo parziale allontanamento dalle manifestazioni e dagli eventi jazzistici di quel periodo, compreso fra la seconda met\u00e0 degli anni Settanta e la prima met\u00e0 degli Ottanta<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Parafrasando Karl Kraus, potremmo dire che<\/strong>&nbsp;\u2013 essendo il jazz la puttana di tutti che il poeta rende vergine \u2013 la fusion-rock non fu l\u2019unico ibrido di risonanza a cui il jazz cedette le proprie fattezze. Per quando, da un certo momento in avanti, fu davvero complicato discernere dei precisi punti di ancoraggio all\u2019interno della fusion, che perse il suffisso \u00abrock\u00bb per divenire semplicemente \u00abfusion\u00bb, scivolando, negli anni \u201980, su una sorta di levigato smooth jazz o di alternativa strumentale al funk da discoteca. Si pensi a buona parte della produzione GRP, che per un certo periodo coinvolse anche lo stesso Chick Corea. Dopo il festival di Woodstock \u2013 probabilmente la pi\u00f9 grande manifestazione musicale meticcia della storia, in cui si unirono sotto il segno della tolleranza e della pace universale, musiche, razze e culture \u2013 personaggi come Sly Stone, che assemblavano jazz, rock e funk, divennero paradigmatici, specie nell\u2019ambito della giovane popolazione afro-americana (e non solo), insieme ad altri musicisti che avevano mantenuto viva e pro-attiva l\u2019esperienza \u00abnera\u00bb legata alla tradizione soul: uno su tutti James Brown. Mentre differenti forme di R&amp;B si espandevano in tante direzioni, attraverso fenomeni contrassegnati da una marcata componente urbana come il funk, genere scarno e tagliente, basato su testi essenziali, quando presenti, e giocato su potenti linee di basso e groove insistenti, regolari nella scansione ritmica e propedeutici al ballo di gruppo, tanto da diventare l\u2019elemento aggregante e la voce rabbiosa dei quartieri malfamati delle metropoli americane, seducendo soprattutto le nuove generazioni di colore, cos\u00ec come aveva fatto il jazz negli anni Cinquanta e come avrebbe fatto l\u2019hip-pop nel decennio successivo. L\u2019incontro al vertice fra il jazz ed il funk determin\u00f2 numerosi modelli espressivi che si diffusero come un virus sinciziale, finendo per condizionare anche l\u2019intero comparto fusion. Uno dei tanti jazzman di alto lignaggio, che privilegi\u00f2 l\u2019incontro fra il soul-jazz e il funk elettrico, fu Donald Byrd.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>\u00abFancy Free\u00bb di Donald Byrd, venne dato alle stampe dalla Blue Note<\/strong>, trasferita d\u2019ufficio all\u2019Ovest, armi e bagagli, dalla nuova propriet\u00e0, pronta ad intercettare tutte le ultime istanze della cultura afro-americana. Il nuovo concept sonoro di Byrd si materializz\u00f2, qualche settimana dopo la pubblicazione di \u00abIn A Silent Way\u00bb di Miles Davis, album fondamentale e predittivo che strizzava l\u2019occhio e l\u2019orecchio alla fusione a caldo tra elettronica, funk e jazz, segnando un cambiamento epocale nella discografia del trombettista. Il disco tracci\u00f2 una nuova linea linea di confine determinando la fuoriuscita di Byrd dalle gabbie salariali dell\u2019hard bop, grazie alla complicit\u00e0 di un risoluto Duke Pearson, abile nell\u2019uso delle tastiere elettroniche. In \u00abFancy Free\u00bb vengono adottati gli stilemi del funk e dell\u2019R&amp; B piuttosto che quelli del rock Altri artisti ne seguirono le orme: Horace Silver, George Benson, Freddie Hubbard, Grant Green, Herbie Hancock, i Jazz Crusaders e molti altri. Strumenti elettrificati ed un pronunciato substrato ritmico caratterizzarono il nuovo assetto esecutivo di Byrd, ponendo l\u2019accento sul ruolo predominante del basso e della batteria, mentre la tromba sembrava ricamare la stratificazione ritmica come un elemento alieno, rimuginando sui temi e incalzando i groove dei brani pi\u00f9 movimentati. La medesima tecnica, come regole d\u2019ingaggio differenti, venne usata da Miles Davis in molti progetti post-elettrici e pi\u00f9 vicini al funk. In \u00abFancy Free\u00bb, Byrd guid\u00f2 un composito ensemble con Frank Foster al tenore e soprano, Lew Tabackin e Jerry Dodgion, a rotazione al flauto,il chitarrista Jimmy Ponder e il bassista Roland Wilson, Joe Chambers (tracce 2 e 4) e Leo Morris (1 e 3) alla batteria con l\u2019aggiunta di due percussionisti: John H. Robinson Jr. e Nat Bettis. Ma il contrassegno saliente del line-up \u2013 come gi\u00e0 accennato \u2013 fu il piano elettrico di Duke Pearson che domina sull\u2019intera intelaiatura armonica nei quattro lunghi pezzi che costituiscono l\u2019album, registrato fra maggio e giugno 1969, ma che fece capolino sul mercato all\u2019inizio dell\u2019anno successivo, comparendo nella classifica di Billboard degli LP jazz pi\u00f9 venduti nel gennaio 1970.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>L\u2019opener, \u00abFancy Free\u00bb, a firma Byrd,&nbsp;<\/strong>si snoda su un groove curvilineo dal sapore latino, magnificato dalle congas e dal flauto di Jerry Dodgion (presente solo su due tracce, la prima e la terza) e dagli assoli di Frank Foster al sax e di Julian Priester al trombone, nonch\u00e9 dello stesso Byrd alla tromba.. \u00abI Love The Girl\u00bb, \u00e8 una ballata lineare, quasi poppish, ispirata alle canzoni da airplay radiofonico dell\u2019epoca ed impreziosita da Pearson al piano elettrico. Gli altri due brani, per quanto innovativi, poggiano su un mood ancora post-bop, dove il gradiente di funkiness si mischia alle classiche improvvisazioni tradizionali. \u00abThe Uptowner\u00bb ha la sagoma di boogaloo arricchito da contrafforti funkified, con Byrd, Foster e Priester a sputare fuoco in prima linea come un drago a tre teste, incalzati dalla chitarra di Jimmy Ponder. \u00abWeasil\u00bb si sostanzia attraverso un riff di basso ostinato e ripetitivo, adattandosi alla medesima linea strumentale del drumming di Joe Chambers, mentre la tromba di Byrd spicca il volo. In fondo, \u00abFancy Free\u00bb \u00e8 ancora un disco di passaggio, una cuspide fra due tipologie di allineamento sonoro ed astrale, soprattutto essenziale per comprendere le mutazioni di un\u2019era in rutilante fermento.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"768\" src=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/DonaldByrd80-1024x768.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2080\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>EXTRA LARGE<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Donald Byrd \u2013 \u00abHarlem Blues\u00bb (Landmark, 1988)<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">Nel 1988, quando Donald Byrd diede alle stampe questo disco per la Landmark Records aveva 66 anni dal 1972, quando aveva abbandonato il jazz mainstream, dedicandosi all\u2019insegnamento ed alla promozione della sua nuova creatura, i Blackbyrds, gruppo dedito ad una mistura sonora a met\u00e0 strada tra R&amp;B classico e la pi\u00f9 moderna funk-fusion. Erano passati cinque anni dalla sua ultima incisione discografica, inoltre, a conti fatti, ne erano trascorsi quindici dal momento in cui aveva abbandonato i ripidi sentieri dell\u2019hard-bop; soprattutto aveva trascurato il suono della sua tromba, unico ed inconfondibile, elemento caratterizzante di moltissimi set nell\u2019epopea d\u2019oro del jazz anni \u201950 e \u201960. Volendo cercare il pelo nell\u2019uovo, il periodo di lontananza dallo strumento risulta evidente in vari punti dell\u2019album, dove Byrd appare pi\u00f9 come una sorta di demiurgo, di organizzatore della session e non pi\u00f9 come quell\u2019animale da palcoscenico dal temperamento irruento e dal sangue caldo irrorato di soul e blues. L\u2019insegnamento e la gestione di un gruppo in pianta stabile avevano fatto maturare in lui altre convinzioni. Dando per scontato che a 66 anni non si possegga pi\u00f9 l\u2019impeto di un giovinetto, soprattutto quando si \u00e8 appagati da una posizione istituzionale. In tutta franchezza, si ritiene che il vecchio leone della tromba abbia voluto deliberatamente dare spazio ai suo quattro eccellenti sidemen: l\u2019altoista Kenny Garrett, il pianista Mulgrew Miller, il bassista Rufus Reid e il batterista Marvin \u00abSmitty\u00bb Smith. Nonostante il nuovo assetto produttivo, il figliol prodigo, Donald Byrd, tent\u00f2 un ritorno alle origini con un album nell\u2019insieme di alto valore qualitativo, soprattutto tenendo conto del periodo in cui venne immesso sul mercato. In quegli anni trovare album jazz di questa fattura, distillati in purezza, era assai raro. Registrato il 22 ed 24 settembre 1987 al Van Gelder Studio con la produzione di Orrin Keepnews, \u00abHarlem Blues\u00bb si basa tre composizioni originali che fanno da contorno ad un riuscitissimo omaggio a Thelonius Monk, attraverso una lunga versione di \u00abBlue Monk\u00bb, che da sola vale il prezzo della corsa ed una splendida interpretazione di \u00abHarlem Blues\u00bb di WC Handy, sicuramente il pezzo pi\u00f9 riuscito dell\u2019album; interessante risulta anche la scelta del terzo standard, \u00abAlter Ego\u00bb di James Williams. Due brani sono firmati da Byrd, \u00abFly Little Bird\u00bb e \u00abSir Master Kool Guy\u00bb, mentre \u00abVoyage \u00e0 Deux (Journey For Two)\u00bb fu scritta per l\u2019occasione dal sassofonista Kenny Garret. Questo album fu l\u2019inizio di una nuova partenza e non ci volle molto, perch\u00e9 il vecchio Donald Byrd si scrollasse un po\u2019 di polvere di dosso.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1000\" height=\"600\" src=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/DonaldByrd-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2081\" srcset=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/DonaldByrd-1.jpg 1000w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/DonaldByrd-1-300x180.jpg 300w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/DonaldByrd-1-768x461.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><strong><em>Donald Byrd<\/em><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019incontro al vertice fra il jazz ed il funk determin\u00f2 numerosi modelli espressivi che si diffusero come un virus sinciziale, finendo per condizionare anche l\u2019intero comparto fusion. 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