{"id":1494,"date":"2023-12-16T19:38:48","date_gmt":"2023-12-16T19:38:48","guid":{"rendered":"https:\/\/verrina.it\/wp\/?p=1494"},"modified":"2023-12-27T21:07:48","modified_gmt":"2023-12-27T21:07:48","slug":"my-sixties-in-jazz-di-nicola-mingo-il-jazz-il-tutta-la-sua-adamantina-purezza-alfa-music-2023","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/verrina.it\/wp\/2023\/12\/16\/my-sixties-in-jazz-di-nicola-mingo-il-jazz-il-tutta-la-sua-adamantina-purezza-alfa-music-2023\/","title":{"rendered":"\u00abMy Sixties In Jazz\u00bb di Nicola Mingo, il jazz il tutta la sua adamantina purezza (Alfa Music, 2023)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>Un costrutto sonoro distillato in purezza, dove la parola jazz pu\u00f2 essere scritta a caratteri cubitali, in cui la scelta del chitarrista napoletano risulta tutt\u2019altro che manieristica e calligrafa rispetto al glorioso passato del bop, ma rappresenta un invito alla rilettura di taluni stilemi collocati all\u2019interno di un presente dinamico e proiettato verso il futuro.<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ \u00bb<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Gli anni \u201960 sono stati il periodo di massima sperimentazione e innovazione musicale, non solo in ambito jazzistico. Mi sembra di sentire le parole dei Gianni Min\u00e0 che parlava spesso di \u00ab<em>favolosi anni Sessanta<\/em>\u00bb. In verit\u00e0 i Sixties sono stati un momento fantastico sotto ogni profilo: anni di boom per la nostra economia, la swingin\u2019 London, l\u2019evoluzione della beat generation, le contestazioni giovanili, soprattutto molti artisti in quel decennio cercarono di esplorare nuove possibilit\u00e0 espressive, sfidando le convenzioni armoniche, ritmiche e formali del genere. Il bebop degli anni \u201960, con il suo codone ombelicale saldamente legato ai Cinquanta, fu anche un fenomeno culturale e sociale, che rifletteva le tensioni, le proteste e le aspirazioni di un\u2019epoca di cambiamenti epocali, delineando l\u2019era di massimo fervore creativo per il jazz moderno e dando vita ad una serie di metalinguaggi e stilemi, dall\u2019hard bop al free, dal jazz-rock al cool jazz, tutti elementi basilari che sarebbero diventati i principali asset del contemporary mainstream e delle sue molteplici diramazioni. Oggi dire \u00abMy Sixties In Jazz\u00bb non costituisce solo un moto di nostalgismo o di una ricerca del tempo perduto, ma il desiderio di ritornare alla sostanza di un genere che, negli ultimi decenni, \u00e8 stato fin troppo imbarbarito e mal interpretato. Nicola Mingo, chitarrista di rango, lo fa con sale e sapienza e con una modalit\u00e0 che lo lega inequivocabilmente all\u2019hic et nunc dell\u2019attualit\u00e0 jazzistica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Il progetto discografico di Nicola Mingo, pubblicato da Alfa Music<\/strong>, pur guardando nello specchietto retrovisore della tradizione, \u00e8 la maniera pi\u00f9 limpida di liberarsi dai condizionamenti di una tendenza alquanto becera che vorrebbe il musicista jazz impegnato ad individuare il valore di elementi aggiuntivi e contaminati, che, talvolta, non fanno altro che alterare il valore di un concept sonoro ed elevare il temine jazz ad un vero e proprio abuso linguistico. La scelta di una solida sezione ritmica di accompagnamento, Francesco Marziani piano, Pietro Ciancaglini contrabbasso e Pietro Iodice batteria, aggiunge forma e sostanza ad un concept sonoro distillato in purezza, in cui la parola jazz pu\u00f2 essere scritta a caratteri cubitali. Tutto ci\u00f2 suffraga l\u2019idea che la scelta del chitarrista napoletano, il quale con questo album festeggia i suoi sessant\u2019anni, sia tutt\u2019altro che manieristica e calligrafa rispetto al glorioso passato del bop, ma piuttosto un invito alla rilettura di taluni stilemi collocati all\u2019interno di un presente dinamico e proiettato verso il futuro. Tutto ci\u00f2 fuga il pericolo di un tributo al passato; per contro, dall\u2019impostazione narrativa emerge prepotentemente una track-list in cui alcuni vecchi standard fanno solo da diluente ed a volte da collante alle composizioni originali che sono in numero maggiore e tutte farina del sacco di Mingo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>L\u2019iniziale \u00abBopping\u00bb scritta dal chitarrista partenopeo<\/strong>, legata idealmente alla terza traccia \u00abFlying\u00bb a cui fa da raccordo \u00abTwo Of Kind\u00bb di Terence Blanchard, diventano il manifesto programmatico del progetto, ma ci si avvede immediatamente che la ricchezza armonica \u00e8 ampiamente pi\u00f9 articolata rispetto al minimalismo polimodale dei Sixties e che non vi sono tentativi di andare per vie oblique, mentre la solida retroguardia, rappresentata dal basso di Ciancaglini e dal kit percussivo di Iodice, funge da argine alla fuoriuscita del flusso sonoro dal canone jazzistico. Cos\u00ec come \u00abOne By One\u00bb di Wayne Shorter viene regolarizzata e riporta a nuova vita dal substrato accordale del pianoforte di Francesco Marziani, il quale agisce per linee dirette. Le frasi estese e modulari, che da sempre contraddistinguono il metodo esecutivo di Mingo, si riversano nel suo amore per il blues mai celato e fatto di scale complete prive del coitus interruptus tipico dello sperimentalismo che aleggiava a cavallo degli anni Cinquanta e sessanta, dove ogni cosa sembrava dovesse trasgredire le normative vigenti del jazz. \u00abBachan Blues\u00bb eseguito quasi in overclocking e \u00abModern Blues\u00bb cadenzato ed insabbiato nelle melmose paludi del Mississippi, ne sono una dimostrazione lampante. \u00abThe Masquerade\u00bb \u00e8 una ballata quasi cinematica e descrittiva che mette in risalto la conoscenza idiomatica dello scibile sonoro da parte di Mingo, non restringibile all\u2019area boppistica, a parte l\u2019uso sporadico di qualche ottava, forte del sostanziale apporto di sodali funzionali al progetto, ma con lo sguardo sempre proiettato verso logiche pi\u00f9 ampie. Le successive \u00abDig Song\u00bb, brillante nel suo dialogo collegiale, quasi inter pares, e \u00abL\u2019alba della notte\u00bb, una ballata dal temperamento chiaroscurale, fatta di tenue pennellate cromatiche e ritmi spazzolati, sono due gemme compositive che travalicano il limite angusto di un jazz datato e nostalgico, anche se a tratti il suono pastoso di Mingo riporta alla mente Wes Montgomery, ma non \u00e8 certo una deminutio capitis. L\u2019anima blues del chitarrista riemerge dal dinoccolato incedere di \u00abMetropolitan Blues\u00bb, per poi adagiarsi nell\u2019ultimo tributo ideale al passato con \u00abConfirmation\u00bb di Charlie Parker, in cui il line-up torna a ritroso nel tempo, ma come se avesse tra le mani un trastullo d\u2019epoca, adattabile ad una modalit\u00e0 di gioco pi\u00f9 contemporanea. L\u2019atto finale, \u00abMy Guitar Solo\u00bb, affidato alla chitarra di Nicola Mingo, \u00e8 un piccolo saggio da accademia del jazz per chitarra in solitaria. Al netto di qualunque congettura o ipotesi di neo-boppismo o di ritorno al futuro, \u00abMy Sixties In Jazz\u00bb \u00e8 sostanzialmente ed esteticamente un disco jazz con la J maiuscola.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"743\" height=\"743\" src=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Nicola_Mingo.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1496\" srcset=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Nicola_Mingo.jpg 743w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Nicola_Mingo-300x300.jpg 300w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Nicola_Mingo-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 743px) 100vw, 743px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><strong><em>Nicola Mingo<\/em><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un costrutto sonoro distillato in purezza, dove la parola jazz pu\u00f2 essere scritta a caratteri cubitali, in cui la scelta del chitarrista napoletano risulta tutt\u2019altro che manieristica e calligrafa rispetto al glorioso passato del bop, ma rappresenta un invito alla rilettura di taluni stilemi collocati all\u2019interno di un presente dinamico e proiettato verso il futuro. 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