{"id":1075,"date":"2023-07-12T22:29:38","date_gmt":"2023-07-12T22:29:38","guid":{"rendered":"https:\/\/verrina.it\/wp\/?p=1075"},"modified":"2023-07-12T22:31:15","modified_gmt":"2023-07-12T22:31:15","slug":"il-jazz-anni-80-questo-sconosciuto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/verrina.it\/wp\/2023\/07\/12\/il-jazz-anni-80-questo-sconosciuto\/","title":{"rendered":"Il Jazz anni \u201980, questo sconosciuto"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong><em>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>Frank Gordon Sextet \u2013 \u00abClarion Echoes\u00bb, 1985<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>La tromba ha una sua particolare gamma di dinamiche espressive<\/strong>, trame e inflessioni rispetto, per esempio, ad un sax. Ecco perch\u00e9 i dischi dei trombettisti dove \u00e8 presente uno o pi\u00f9 sassofoni, solitamente hanno lasciato un segno nella storia: molta della produzione di Miles Davis ne \u00e8 una conferma, ma lo sapevano bene anche Kenny Dorham, Lee Morgan, Freddie Hubbard, ed altri illustri musicisti che hanno fatto la storia del jazz moderno; pi\u00f9 recentemente, perfino Wynton Marsalis. Frank Gordon, trombettista per lo pi\u00f9 sconosciuto alle cronache jazz, ma dalle ottime potenzialit\u00e0, ne era ben consapevole quando decise di mettere insieme questo solido sestetto per \u00abClarion Echoes\u00bb, il suo album di debutto per l\u2019etichetta italiana Soul Note. Registrato al Classic Sound Studio di New York, il 5 ed il 10 giugno del 1985, il disco ha tutte le credenziali per inserirsi su una sorta di linea di continuum che dall\u2019hard-bop degli anni \u201950 si dipana fino ai decenni successivi, attraverso gli aspetti mutevoli e cangianti del cosiddetto post-bop. Oltre a Frank Gordon alla tromba, al set parteciparono Bobby Watson sax contralto, Ari Brown sax tenore, James Williams pianoforte, Rufus Reid contrabbasso, Carl Allen batteria. Pur mantenendosi nel solco della tradizione, l\u2019album non disdegna taluni approcci legati alle avanguardie, almeno nell\u2019impostazione stilistica e formale, soprattutto per il taglio esecutivo del band-leader, a volte irregolare ed imprevedibile, altre foriero, specie sulle ballate, di un tono crepuscolare ed autunnale, dove il patos dello strumento raggiunge vette elevatissime.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>A fargli da contraltare e ad espandere la gamma tonale&nbsp;<\/strong>delle sue creature sonore, il sax contralto di un gregario di lusso come Bobby Watson, supportato dal tenore di Ari Brown. Tutte le composizioni, sei su sette, sono firmate dal band-leader, ad eccezione della toccante versione di \u00abI Remember Clifford Brown\u00bb di Benny Golson. L\u2019inizio con \u00abTake Off\u00bb \u00e8 subito convincente, tanto da indurre chiunque a proseguire l\u2019ascolto. Lo start \u00e8 fulminante hard-bop, fatto di linee irregolari e contrasti che stimolano la progressione e lo scambio fra i tre strumenti a fiato, mentre la sezione ritmica, lavora ai fianchi con passo sostenuto. Dopo l\u2019omaggio a Brown in cui i principali anfitrioni sono la tromba di Gordon ed il piano di James Williams, \u00abLibra\u00bb s\u2019immola sull\u2019altare del soul-jazz, con linee potenti, discontinue ed innervate di funk. \u00abIllusion\u00bb, che chiude la prima facciata, \u00e8 una breve digressione sotterranea. La B-Side si apre con \u00abConvulsion\u00bb<strong>,&nbsp;<\/strong>brano che segue un procedimento simile al precedente \u00abLibra\u00bb, ma con un incedere meno irruento e pi\u00f9 spaziato, dove la tromba del leader apre ai sidemen, i quali si susseguono a turno. Dopo un interlocutorio assolo di piano, il contralto di Bobby Wotson porta l\u2019ensemble sul tetto del mondo, dal canto suo il bassista Rufus Reid prepara il terreno al tenore di Ari Brown, il quale chiude i giochi. La title-track, \u00abClarion Echoes\u00bb cala l\u2019album in una dimensione onirica, riproducendo delle sonorit\u00e0 quasi arcane e sfuggenti. Sul finale, uno dei momenti pi\u00f9 riusciti con \u00abEl Toro\u00bb che trasfonde qualche goccia di sangue ispanico, mente i fiati tagliano l\u2019aria con riffs veloci e declamatori, quasi ad annunciare e poi descrivere una scena cinematografica modello \u00absangre y arena\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>Bobby Shew Quartet \u2013 \u00abBreakfast Wine\u00bb, 1985<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">\u00abBreakfast Wine\u00bb del Bobby Shew Quartet \u00e8 un disco sconosciuto perfino a critici e gli esperti, anche coloro che si definiscono dotti e sapienti, molto raro, fortunatamente rimesso in circolazione ad un prezzo irrisorio. Ciononostante l\u2019album, pubblicato in vinile nel 1985 dalla californiana PAUSA Records, non solo \u00e8 un punto culminante della carriera discografica di Shew, ma detiene un posto di rilievo fra le innumerevoli pubblicazioni jazz degli ultimi quindici anni del ventesimo secolo. La sezione ritmica di Shew, trombettista e flicornista di talento, comprende il batterista Sherman Ferguson, il pianista Makoto Ozone e il bassista John Patitucci. Ozone e Patitucci erano poco pi\u00f9 che ventenni, ancora sulla rampa di lancio delle loro future carriere. I due rampolli condivisero con Bobby Shew l\u2019entusiasmo che si era riacceso in lui dopo aver deciso di abbandonare la carriera di trombettista-gregario con Woody Herman, Buddy Rich e altre grandi ensemble, e soprattutto di affrancarsi dagli studi hollywoodiani in cui aveva trascorso centinaia di ore lavorative e lucrative nella realizzazione di musiche per il cinema. Seguendo le regole d\u2019ingaggio del classico stile West-Coast, adattato ad un jazz molto raffinato anni \u201980, la band rivitalizza \u00abWaltz For Bill Evans\u00bb di Lyle Mays quale omaggio al musicista pi\u00f9 amato da Shew, mentre \u00abShew-In\u00bb, scritta da Makoto Ozone con un\u2019ottima stesura soul-jazz, rappresenta un tributo ai grandi del passato, Art Blakley, Horace Silver e Blue Mitchell. Il quartetto si cimenta anche in tre ottimi standard: \u00abAlone Together\u00bb, scritta nel 1932 da Arthur Schwartz e facente parte di un vecchio musical, qui viene riproposta in una doppia sezione; \u00abSoftly As In Morning Sunrise\u00bb, composta nel 1928 da Sigmund Rosemberg per il film \u00abBlue Moon\u00bb, risulta arrangiata in chiave minore e trasformata in un suadente swing midrange; \u00abI Waites For You\u00bb \u00e8 un brano poco praticato di Dizzy Gillespie risalente al 1940, uno strisciante blues dall\u2019andamento notturno, dove tromba e pianoforte fanno da cornice ad un languido mondo sotterraneo. Il pezzo migliore dell\u2019album \u00e8 senza tema di smentita la title-track, l\u2019intrigante \u201cBreakfast Wine\u201d di Randy Aldcroft che, grazie a questa convincente Bobby Shew, si \u00e8 fatta strada nel repertorio di molti musicisti, divenendo un piccolo classico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>\u00ab<em>Dopo tutti i Woody e Mork e Mindys<\/em>\u00bb&nbsp;<\/strong>\u2013 raccont\u00f2 Bobby Shew all\u2019uscita dell\u2019album \u2013 \u00ab<em>mi resi conto che non stavo facendo ci\u00f2 che faceva proprio venire la pelle d\u2019oca e che regalava brividi ed emozioni, sopratutto a me stesso. Cos\u00ec ho buttato tutto all\u2019aria, e mi sono messo a suonare jazz nei club, tenendo, inoltre, lezioni per musicisti e studenti per circa 200 giorni all\u2019anno. Non realizzo la quantit\u00e0 di soldi che ho guadagnato come musicista da studio, ma io amo tutto ci\u00f2 che faccio, forse \u00e8 un\u2019eccentricit\u00e0 auto-inflitta. Comunque ho scoperto che funziona non solo in senso artistico, ma anche in senso commerciale. Sto facendo ci\u00f2 che amo e la vita \u00e8 piacevole<\/em>\u00bb. E questo, in sostanza, \u00e8 ci\u00f2 che Shew ha fatto, da allora, per un quarto di secolo, registrando pi\u00f9 di due dozzine di album come leader, ma \u00abBreakfast Wine\u00bb detiene un posto speciale nella sua produzione, vuoi per un nuovo senso di scoperta nel suo modo di suonare, vuoi per la freschezza degli emergenti Ozone e Patitucci e, non ultima, l\u2019ottima sintonia dell\u2019ensemble. Per tutto il tempo del disco, Shew sembra un \u00abhomo novus\u00bb, quasi rivitalizzato dal rinnovato percorso artistico, mostrandosi al massimo della forma, soprattutto l\u2019interazione tra la sua tromba ed il pianoforte di Ozone raggiunge momenti di eccellenza tecnica e creativa. Di \u00abBreakfast Wine\u00bb del Bobby Shew Quartet si \u00e8 parlato fin troppo sottovoce, forse \u00e8 giunto il momento di alzare il volume.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-28f84493 wp-block-columns-is-layout-flex\">\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\">\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"500\" src=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1077\" srcset=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/2.jpg 500w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/2-300x300.jpg 300w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/2-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/figure>\n<\/div>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\">\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"497\" src=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/4-e1689200819841.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1078\" srcset=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/4-e1689200819841.jpg 500w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/4-e1689200819841-300x298.jpg 300w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/4-e1689200819841-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/figure>\n<\/div>\n<\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>Claudio Fasoli, Kenny Wheeler, J.F. Jenny Clark &amp; Daniel Humair \u2013 \u00abWelcome\u00bb, 1986<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Registrato al Barigozzi Studio di Milano il 26 marzo del 1986, \u00abWelcome\u00bb si basa su otto composizioni originali di Claudio Fasoli, sassofonista veneziano venuto alla ribalta negli anni \u201970 quando inizi\u00f2 a far parte del Perigeo, assieme a Franco D\u2019Andrea e Giovanni Tommaso. Oggi ottantenne, ma molto attivo, continua a mantenere viva la fiamma creativa in perfetto equilibrio tra classicit\u00e0 e modernit\u00e0. Il disco in oggetto \u00e8 una sorta di progetto&nbsp;<em>inter pares<\/em>, in cui Fasoli sposa la sua causa a quella del trombettista e flicornista Kenny Wheeler, del batterista Daniel Humair e del bassista Jean-Francois Jenny Clark. Come scrive Nat Hentoff tra le note di copertina: \u00ab<em>Quello che Fasoli e i suoi colleghi fanno in di questa sessione riporta alle loro radici radici. Un sorta di chi siamo e di che cosa abbiamo vissuto<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>L\u2019album affonda le radici in una sorta di post-bop<\/strong>&nbsp;a tinte soul dai movimenti trasversali ed imprevedibili, che in quegli anni era divenuto la lingua internazionale, sia per i musicisti che per gli appassionati. Sarebbe riduttivo parlare di free-jazz, poich\u00e9 lascerebbe presupporre una sorta di delirio incontrollato; per contro le improvvisazioni, anche quelle pi\u00f9 oblique sono caratterizzate da una perfetta ricercatezza lirica, da un ottima quadratura melodica e da un approccio compositivo che valorizza sia la concretezza che l\u2019atonalit\u00e0 in una logica prettamente compositiva e legata alla partitura. Lo spirito beffardo di Albert Ayler sembra aleggiare nell\u2019aria, soprattutto quando il sassofonista si spinge il registro del suo strumento verso altezze siderali, ma senza i caroselli circensi e claxonati; cos\u00ec il fantasma di Ornette Coleman e quello di Don Cherry sembrano fare da eco agli scambi fra la tromba di Kenny Wheeler e il sax di Claudio Fasoli. Un ascolto pi\u00f9 attento ed uno scandaglio pi\u00f9 profondo mettono in rilievo le assonanze fra Fasoli ed il Wayne Shorter pi\u00f9 sperimentale, in particolare in \u00abZen\u00bb ed \u00abEmpitiness\u00bb sicuramente le due tracce pi\u00f9 riuscite dell\u2019album, a cui fanno da contraltare le ornettiane \u00abOblivion\u00bb e \u00abInvisible Sound\u00bb. \u00abWelcome \u00e8 un album ben suonato e di forte spessore creativo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>Baikida Carroll \u2013 \u00abShadows &amp; Reflections\u00bb, 1982<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Il trombettista Baikida Carroll in sodalizio con altoista Julius Hemphill ci offre un esempio della sua tempra e della sua vaglia in quello che rimane il suo miglior album come band-leader. Registrato nel 1982, \u00abShadows &amp; Reflections\u00bb \u00e8 un album assolutamente mainstream che riporta alla mente certe soluzioni tipiche del periodo aureo della Blue Note di vent\u2019anni prima. Pubblicato dall\u2019italiana Soul Note e registrato all\u2019House Sound Studio di New York, si distanzia da quelle che erano le emissioni tipiche dell\u2019etichetta milanese in quel periodo. Soprattutto la timbrica e la qualit\u00e0 sonora sono superiori al classico materiale, sia pure pregevole, che usciva dalla Studio Barigozzi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>L\u2019humus sonoro che si respira all\u2019interno dell\u2019album<\/strong>&nbsp;\u00e8 decisamente americano. Nel jazz i fattori ambientali sono determinanti e sovente la forma \u00e8 anche la sostanza. Attraverso cinque sapienti composizioni originali, il trombettista fa un omaggio alle sue radici a quelle influenze che hanno caratterizzato tutti i musicisti afro-americani nella loro evoluzione. Gi\u00e0 dalla prima traccia \u00abKiki\u00bb si avverte che il tributo da pagare ai Jazz Messengers, al netto di una componente ritmica pi\u00f9 attenuata, \u00e8 notevole. \u00abSuhi Sundance Lake\u00bb riporta la mente il Miles Davis del periodo Prestige con una ballata dal soffio leggero e spaziato, introdotta da una lunga progressione pianistica. \u00abIn Left Jab\u00bb si materializza il fantasma di Horace Silver, non tanto nel modo d\u2019interpretare la partitura, tromba e sassofono tentano qualche contenuta angolatura, ma nella struttura e nella progressione del brano. Oltre ad un bel sentire, c\u2019\u00e8 comunque un piacevole risentire. Insieme al sassofonista Julius Hemphill, Baikida Carroll trova sostegno nel pianista Anthony Davis, nel bassista Dave Holland e nell batterista Pheeroan Ak Laff. Come gi\u00e0 accennato, tutto il suona come se fosse una registrazione tardiva di Blue Note, in cui i fiati riportato alla mente rapidi flashback delle performance di Jackie McLean e Charles Tolliver, a volte anche Lee Morgan, una delle principali influenze del band-leader. La seconda facciata si apre con \u00abPyramids\u00bb, il brano pi\u00f9 riuscito dell\u2019album, un lungo viaggio di oltre 10 minuti nella storia del hard-bop in formato post con il sax di Julius Hemphill che volteggia con enfasi coltreiana, mentre la tromba di Baikida Carroll lo insegue, tentando il sorpasso in velocit\u00e0 pi\u00f9 che in dissonanza. Quando arriva il suo turno, il pianista Anthony Davis sembra avere quattro mani, spinto da una rotolante retroguardia ritmica, in particolare il basso di Dave Holland sembra creare delle onde concentriche. \u00abAt Roy\u00bb \u00e8 un ruzzolone soul-funk, che riporta alla mente i vecchi Messengers con Horace Silver, dove tutto e regolare e nella norma, perfino il sax sembra essere giunto a pi\u00f9 miti consigli, mentre la tromba si trastulla ancora pensando a Lee Morgan. \u00abShadows &amp; Reflections\u00bb \u00e8 un album di jazz in purezza dal sapore retr\u00f2, distillato da un manipolo di sopraffini musicisti con credenziali d\u2019avanguardia. Qualit\u00e0 sonora superlativa per l\u2019orecchio degli audiofili. Irrinunciabile!!!<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-28f84493 wp-block-columns-is-layout-flex\">\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\">\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"504\" src=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/5-e1689200857560.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1079\" srcset=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/5-e1689200857560.jpg 500w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/5-e1689200857560-298x300.jpg 298w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/5-e1689200857560-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/figure>\n<\/div>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\">\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"498\" src=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/9-e1689200879943.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1081\" srcset=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/9-e1689200879943.jpg 500w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/9-e1689200879943-300x300.jpg 300w, https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/9-e1689200879943-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/figure>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ Frank Gordon Sextet \u2013 \u00abClarion Echoes\u00bb, 1985 La tromba ha una sua particolare gamma di dinamiche espressive, trame e inflessioni rispetto, per esempio, ad un sax. 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