{"id":1031,"date":"2023-07-08T02:50:00","date_gmt":"2023-07-08T02:50:00","guid":{"rendered":"https:\/\/verrina.it\/wp\/?p=1031"},"modified":"2023-07-09T08:40:59","modified_gmt":"2023-07-09T08:40:59","slug":"bob-dylan-allarena-santa-giuliana-di-perugia-no-jazz-no-groove-no-party","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/verrina.it\/wp\/2023\/07\/08\/bob-dylan-allarena-santa-giuliana-di-perugia-no-jazz-no-groove-no-party\/","title":{"rendered":"Bob Dylan all\u2019Arena Santa Giuliana di Perugia: no-jazz, no-groove, no-party"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong><em>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Prima di salire sul palco, Dylan ha camminato nervosamente in penombra,&nbsp;<\/strong>avendo il terrore di essere ripreso. Le genti accorse da ogni contrada si sarebbero aspettate di vedere una divinit\u00e0 camminare a fil d\u2019acqua, invece niente di tutto questo. L\u2019aria \u00e8 tiepida e la notte giovane, cos\u00ec nascosto dietro un pianoforte per gran parte del concerto, a coloro che erano convenuti all\u2019arena per vedere il santo del folk-rock con le stimmate o di sentire le Sirene Omeriche, Dylan ha consentito di ascoltare solo la musica, pi\u00f9 la musica della voce, la quale non \u00e8 quella di un tempo ma risulta pi\u00f9 flebile e nasale del solito. C\u2019\u00e8 poco tempo per le chiacchiere: il menestrello sta zitto e suona, solo \u00abgrazie, very grazie\u00bb. Siamo di fronte a una liturgia, forse a un inno meditativo o un peana a s\u00e9 stesso: il songbook del cantastorie perde la natura ideologica, lisergica e itinerante del barricadero ed assume i tratti somatici di uno storytelling languido, brunito e crepuscolare. Gi\u00e0 un paio di settimane addietro, personalmente, avevo anticipato e previsto in un articolo, come si sarebbe sviluppata la performance al Santa Giuliana. Ovviamente il vaticino \u00e8 stato alquanto facile. Sono anni che il menestrello del Minnesota non lancia pi\u00f9 invettive verso i potenti della terra, ma fa il crooner senza averne l\u2019aplomb, pi\u00f9 che a Tony Bennett fa pensare a Tom Waits. \u00abThe Times They Are Changin\u2019\u00bb, soprattutto per lui che, a ottant\u2019anni e passa, si \u00e8 imbarcato in un lungo tour mondiale, dove i concerti sembrano pi\u00f9 uno show-case promozionale della sua recente opera discografica che non la narrazione articolata o la messa in scena della storia musicale passata e presente di uno dei pilastri della canzone impegnata del Novecento. Magari per 400 mila euro si potrebbe fare questo e altro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Dylan si esibisce ma non si concede<\/strong>, convinto della qualit\u00e0 degli ultimi lavori e della loro importanza nell\u2019ambito della sua lunga discografia. Otto o nove brani su sedici o diciassette suonati durante le varie serate, provengono da \u00abRough And Rowdy Ways\u00bb, letteralmente \u00abModi bruschi e rissosi\u00bb, specchio fedele di un carattere scontroso che ha imposto il silenzio e l\u2019oscuramento degli smartphone, procurando qualche momento d\u2019ansia e di astinenza. Vedere il fedele compagno di giochi rinchiuso per qualche ora in una specie di bara sigillata, l\u2019apposita custodia Yondr, per qualcuno non \u00e8 stata proprio una piacevole sensazione. A causa del cosiddetto&nbsp;<em>Phone Free Show<\/em>&nbsp;alcuni avranno uno strascico e tutta una serie di effetti collaterali per almeno una paio di giorni, come se avessero subito un\u2019anestesia. Tra la massa \u00e8 difficile, al principio, scorgere quanti siano in quel luogo per la musica, oppure perch\u00e9 ossessionati dall\u2019uomo-mito, dalla leggenda vivente, specie i tipici collezionisti e fanatici del \u00abc\u2019ero anch\u2019io\u00bb. Mentre questa linea di demarcazione tra uno yin e uno yang, si confonde in un territorio sconosciuto, il menestrello, dall\u2019alto della sua esperienza, sembra esserne consapevole, nonch\u00e9 l\u2019unico a \u00abfotografare\u00bb idealmente la situazione. Nascosto dietro il pianoforte, avvolto da uno scenario rosso inferno, Dylan focalizza perfettamente coloro che erano giunti all\u2019arena per vedere il personaggio iconico e che invece sono rimasti imbrigliati fra le spire dalla sua musica: \u00e8 stata solo questione di adattamento. Egli ha inquadrato bene ci\u00f2 che dal basso non si vedeva, soprattutto ha percepito quello che altri non avvertivano. Si va da \u00abMost Likely You Go Your Way and I\u2019ll Go Mine\u00bb a \u00abGotta Serve Somebody\u00bb, passando per \u00abWatching The River Flow\u00bb o \u00abWhen I Paint My Masterpiece\u00bb e \u00abI\u2019ll be Your Baby Tonight alle cover \u00abThat Old Black Magic\u00bb di Johnny Mercer e \u00abBrokedown Palace\u00bb dei Grateful Dead. Dopo circa un\u2019ora e un quarto, finalmente, la voce del Dottor Zimmermann risuona sull\u2019arena per sottolinere la bravura di suoi strumentisti: \u00abChe ne pensate? Sono bravi o no?\u00bb, rivolgendosi alla platea.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">I<strong>n verit\u00e0 chi era nell\u2019arena dei leoni del jazz,<\/strong>\u00a0come semplice ed indifferente spettatore, non subendo il fascino carismatico della divinit\u00e0 uscita dai libri di storia e scesa in terra, ha sopportato un supplizio dall\u2019effetto soporifero ed anestetizzante prodotto da quella manciata di canzoni tratte dal recente album. Un lavoro musicalmente con l\u2019encefalogramma piatto ma, per compenso, basato su testi sostanziosi come vuole la tradizione del cantore americano. Pensate a quanti non hanno dimestichezza con l\u2019inglese, in particolare con l\u2019inglese dylaniano, una lingua a volte aulica ed intellettualoide, fatta di frasi lunghe e conseguenziali, con rimandi storici, filosofici e letterari: nel disco c\u2019\u00e8 perfino un riferimento a Giulio Cesare o, per metafora, al passaggio del Rubicone, \u00abCrossing The Rubicon\u00bb, momento in cui il condottiero romano avrebbe pronunciato la fatidica frase: \u00abIl dado \u00e8 tratto!\u00bb. Dylan ha iniziato lo spettacolo completamente nell\u2019ombra suonando, per la maggior parte del tempo, defilato e con poca illuminazione intorno. Al centro del palco, i chitarristi Bob Britt e Doug Lancio hanno ricevono la maggior parte della luce artificiale, mentre al capo carismatico e stata riservata all\u2019incirca la stessa attenzione del batterista Charley Drayton, del bassista Tony Garnier e del pedal steel guitarist Donnie Herron, anch\u2019essi posizionati ai lati. Il cantautore non ha cercato i riflettori al centro del palco, mettendosi in posa per raccogliere applausi, per contro il suo posizionamento sullo stage \u00e8 risultato quasi a lume di candela. A molti deve essere sembrata pi\u00f9 una veglia funebre che un concerto rock, o sedicente tale. Solo gli ingenui si sarebbero aspettati di sentire la voce contenuta nei suoi vecchi lavori, da \u00abLay Lady Lay\u00bb a \u00abSlow Train\u00bb (il famoso album della conversione al Cristianesimo), per contro si ode la voce dei tre album pi\u00f9 recenti dedicati agli standard dell\u2019era sinatriana. Molti ex-freakkettoni e figli dei fiori, ora grigi professionisti scesi a patti con il capitalismo, sembravano essere meravigliati e delusi al contempo, pensando: dove sono i cavalli di battaglia dell\u2019epopea del\u00a0<em>love not war<\/em>, quella dell\u2019antagonismo militante? Il cantautore del Minnesota non li suona per paura d\u2019inficiare le ultime creature, perfino dal punto di vista dell\u2019impatto dinamico del suono, mentre si limita a non allontanarsi troppo dalla bolla sonora ovattata e decadente, a tratti noiosa, che avvolge i pi\u00f9 recenti trastulli. I meno sorpresi sembrano propri i cultori del jazz, consapevoli che la presenza di un pezzo di storia della musica mondiale in confezione regalo, all\u2019interno di una prestigiosa manifestazione come Umbria Jazz, sia solo un modo per far cassa. Dylan si trova ad una distanza siderale dal jazz e dalla musica improvvisata africano-americana: niente groove, niente ritmo, niente interplay, niente blackness. Appare difficile parlare di musica, per come la intendiamo noi studiosi e appassionati di jazz. Nella dimensione tipica del folk singer, la componente fisica del suono e la percezione audiotattile vengono completamente by-passate: le canzoni di Dylan sono, perlopi\u00f9, parole sostenute da un sottofondo musicale, dove le melodie appaiono spesso asfittiche e basate su un sistema accordale piuttosto semplice. Nello specifico \u00abRough And Rowdy Ways\u00bb \u00e8 di per s\u00e9 un album profondamente impressionistico ed esoterico, ricco di dettagli lirici ben incastrati e tante parole, pi\u00f9 di quante ne siano mai state stipate in qualsiasi altro microsolco del cantastorie americano<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Non si dimentichi mai che Bob Dylan ha vinto il Premio Nobel<\/strong>&nbsp;per la letteratura e non per la composizione musicale. Tra quelli seduti nelle prime file dell\u2019arena si percepiva un senso di riverenza e di soggiogamento; molti sono apparsi ipnotizzati dall\u2019idea di trovarsi a pochi passi da cotanto mito, unitamente, per\u00f2, ad una sensazione di smarrimento e di incredulit\u00e0 rispetto a quanto si sarebbero aspettati musicalmente; non a caso il transfert e la proiezione di una cospicua porzione della platea verso la star \u00e8 risultato pi\u00f9 di tipo emotivo e di sudditanza psicologica, che non di puro piacere legato all\u2019ascolto. Il vero risultato di questo tour, in generale, nasce dal fatto che Dylan, pur essendo indifferente al pubblico, lo vuole concentrato e non distratto dal virtuale, abbandonandolo poi in un limbo di sospensione. Egli si comporta alla stregua di un uomo sopraffatto da un cumulo di pensieri, come al solito e come sempre, ma completamente privo della rabbia e della corrosivit\u00e0 degli anni d\u2019oro; per compenso quel quasi buio sul palco gli consente di essere avvolto in un\u2019aura di mistero che lo affranca da ogni limite spazio-temporale, liberandolo dalla caducit\u00e0 delle mode effimere, dei limiti umani e della musica di consumo. Mentre i minuti scorrono, il menestrello persevera con gli ultimi brani da lui composti, veri e propri punti di forza della performance. \u00c8 chiaro che risulta difficile senza conoscere bene l\u2019inglese, come dicevamo prima, penetrare nel parenchima letterario dylaniano. Senza una percezione del testo, buona parte del live-act diventa tedioso ed evanescente, poich\u00e9 sfuggono le diverse interpretazioni che egli d\u00e0 alle cose, talvolta piuttosto contraddittorie. Bob Dylan \u00e8 un narratore e non un intrattenitore: non esiste happening collettivo, di questo soffrono soprattutto i giovani astanti, non c\u2019\u00e8 l\u2019immancabile&nbsp;<em>everybody clap your hands,<\/em>&nbsp;non c\u2019\u00e8 neppure il bis finale che in genere diventa quasicome&nbsp;<em>\u00abla messa \u00e8 finita andate a casa e guidate piano\u00bb.&nbsp;<\/em>Ad esempio, quando esegue la gi\u00e0 citata \u00abCrossing The Rubicon\u00bb, intende qualificarsi come un fine ricercatore che canta qualcosa di introspettivo: \u00ab<em>Sento lo Spirito Santo dentro di me \/ Vedo la luce che d\u00e0 la libert\u00e0\u00bb;<\/em>&nbsp;piuttosto che come il violento malintenzionato che poco prima minacciava di \u00ab<em>tagliarti con un coltello storto<\/em>\u00bb. La voce pu\u00f2 essere cambiata, ma non la sua coerenza come paroliere e l\u2019atteggiamento di congenita ed ibernata indifferenza prossemica sul palco. Dylan non cambia pelle ma, restando fedele alla sua forma mentis, tenta nuovi approcci alla musica cercando l\u2019elisir di un\u2019eterna giovinezza. Le sue canzoni sembrano prive di struttura molecolare ed impalpabili. Il suo \u00e8 un continuo viaggio alla ricerca di un karma personale, che condivide solo con quanti riescono a penetrarne l\u2019essenza, ma senza concessioni alla frivolezza del gesto condiviso o del contatto fisico. Lui \u00e8 un\u2019entit\u00e0 superiore, inarrivabile, se non attraverso la canzoni. Anche nell\u2019ambito dell\u2019arte come produzione seriale (parliamo dei dischi) di Dylan va sempre considerato il valore simbolico e mai il valore d\u2019uso.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"634\" src=\"https:\/\/verrina.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/07\/arena_Dylan2-1024x634.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1040\"\/><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ Prima di salire sul palco, Dylan ha camminato nervosamente in penombra,&nbsp;avendo il terrore di essere ripreso. Le genti accorse da ogni contrada si sarebbero aspettate di vedere una divinit\u00e0 camminare a fil d\u2019acqua, invece niente di tutto questo. 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