LIBRI

Intervista di Guido Michelone a Francesco Cataldo Verrina

D. Francesco, negli ultimi anni stati intensificando la tua produzione di libri di saggistica musicale; prima però ha scritto su altri temi; ce ne vuoi parlare brevemente? Il tuo esordio in volume? E tra i testi non musicali a quale sei più affezionato?

R. In verità, io sono sempre stato un appassionato di recensioni musicali. Durante la mia adolescenza, negli anni ’70, compravo varie riviste, da Ciao 2001 a Nuovo Sound (di cui sono stato anche collaboratore per un breve periodo prima della chiusura), da Rock Star a Tuttifrutti, etc. La prima cosa che leggevo erano le recensioni dei dischi, ero molto interessato alla sostanza ed al contenuto degli album e poco al biografismo dei vari musicisti. Il primo libro che pubblicai fu una rilettura umoristica della storia, RISUS SINE PAUSA, che all’epoca ebbe buone recensioni; ricordo quelle dei settimanali Epoca e l’Espresso. Il progetto nacque dall’idea di ampliare una serie di programmi umoristico-demenziali che conducevo per radio. Era il 1991, ma già nel 1984 avevo cominciato a collaborare come critico musicale con un quotidiano locale, il Corriere dell’Umbria, scrivendo di pop e rock nell’accezione più larga del termine. Negli anni mi sono occupato di marketing e comunicazione ed ho scritto quattro libri su tale argomenti e, per puro diletto, anche un romanzo ambientato nell’antica Roma ed alcuni racconti brevi.

D. I tuoi esordi da critico musicale avvengono con la disco-music, in particolare con quella italiana; cosa distingueva il prodotto tricolore da quello afroamericano o di altre provenienze?

R. Nasco rockettaro, come tutti «i figli del post-sessantotto», alla disco-music c’arrivo quando inizio a collaborare con una radio locale, buona parte della programmazione era basata su questo genere all’epoca molto in voga tra i giovanissimi: siamo nella meta degli anni ’70. Soprattutto, inizio ad appassionarmi alla musica afro-americana ballabile, quando mi si offre la possibilità di «mettere i dischi» in una discoteca. Attività durata circa vent’anni: dalla fine degli anni Settanta fino al 1998. Qualche anno più tardi, quando ebbi la possibilità di mettere nero su bianco: siamo nel 2007, decisi di scrivere un libro proprio sulla disco, «DISCO MUSIC- THE WHOLE WORLD DASCING», il sottotitolo s’ispirava ad un famoso album dei Trammps del 1979. Considera che in Italia, nelle librerie, c’era di tutto, ma nessuno aveva mai avuto il coraggio di pubblicare un libro del genere. Poco male: oltre 1500 copie vendute nel giro di un mese. Molti amici e colleghi delle radio di tutta Italia ne parlarono, la rete fece il resto. Il libro sulla dance italiana degli anni ’80, ITALO DISCO STORY (uscito anche in inglese e spagnolo) fu una naturale conseguenza. Tale fenomeno non era mai stato preso in considerazione dalla critica italiana. Il libro in tre lingue, come dicevo, è diventato un long seller con oltre quindicimila copie vendute solo su Amazon, senza l’appoggio di nessuno, di critici compiacenti, giornali o TV a sostegno. Devo ringraziare solo i tanti DJs e le radio locali che hanno apprezzato l’iniziativa.

D. Denigrata dai critici rock, jazz, folk e persino pop al suo apparire e per oltre vent’anni, grosso modo dal 2000 la disco viene rivalutata soprattutto dagli studiosi che ne rimarcano sia l’impatto sociale sia il valore artistico. Tu ci sedi arrivato prima, durante o dopo?

R. La disco-music di cui mi sono sempre occupato io è quella di matrice afro-americana, una musica suonata da fior di musicisti, spesso provenienti anche dagli ambienti jazz, tra i più noti Donald Byrd, Freddie Hubbard e George Benson; un genere di pregio che stabiliva una sorta di continuità con il soul ed il funk, come il Philly Sound, ma soprattutto tanti artisti prodotti da etichette come la Motown o la Atlantic. La disco-music, o soul-boogie come la chiamavano gli afro-americani, in Italia non è mai stata capita. Eppure ha rappresentato la prima vera forma di emancipazione artistica e sociale di neri. Fino alla metà degli anni ’70, non si erano mai visti in giro per le charts di mezzo mondo tanti artisti di colore, soprattutto parliamo di classifiche ufficiali e non di «ghetti» come le classifiche R&B di Billboard. La disco-music riuscì ad abbattere definitivamente il concetto di Race Records. Nel mio libro viene fatto un distinguo ben preciso tra la Disco-Funk americana e l’Euro-Disco di matrice germanica, legata alle sperimentazioni elettroniche ed ai primi sequencer.

D. E ora che sei passato al jazz come giudichi in sintesi la disco-music? Gli eredi -nell’ambito dance – sono la techno, l’house o il rap?

R. Quelli che tu chiami eredi della disco-music, sono lo specchio fedele di epoche successive, in cui la musica da ballo, praticamente fatta al computer o campionata, ha perso il suo calore e la primigenia spontaneità. Ma del resto neppure il rock ed il pop o il cantautorale sono quelli di una volta. Ogni epoca ha i suoi tormenti.

D. Passiamo ora al jazz: hai iniziato pubblicando un librone che, secondo i parametri editoriali tradizionali, sarebbe potuto diventare di oltre mille pagine. Si tratta di una provocatoria storia del jazz attraverso i dischi o è altro? E cosa?

R Nessuna provocazione, solo un percorso alternativo per leggere tra le righe del jazz. Un storia ricostruita attraverso i dischi che sono le pietre miliari dislocate sul tracciato artistico ed evolutivo di ogni musicista. Per dirla in soldoni, qualcuno potrebbe essere interessato al fatto che Coltrane portasse il 42 (non so se sia vero) di scarpe, ma forse è più importante capire che cosa contengano i suoi dischi.

D. Raccontaci qualcosa di più sul tuo modo e sul tuo modo di spiegare il jazz.

R. Sinceramente, io non cerco di spiegare il jazz, impresa alquanto ardua per chicchessia. Del resto ci provano da tempo, senza riuscirvi, i soliti intellettuali da simposio diurno con tanto di buffet a latere. Ciò che mi preme è dare delle indicazioni sulle discografie, cercando di spiegare le opere dei jazzisti dal punto di vista emozionale, ambientale e sociale, analizzando le varie connessioni artistiche e sonore, ma senza pretese musicologiche: le crome, le semicrome e gli attacchi di quinta non hanno molta fortuna in letteratura. In genere nei miei libri, i dischi costituiscono i capitoli del racconto della vita degli artisti che tratto; ovviamente non mancano le curiosità, le citazioni, gli aneddoti e le informazioni biografiche, ma sono sempre relative all’album analizzato e mai eccedenti rispetto al contenuto musicale. I mie libri sono delle raccolte di recensioni espanse, ma concatenate al punto da creare un vero e proprio plot narrativo.

D. Il testo della Blue Note Records è una sorta di continuazione del precedente preferisci considerarlo a sé stante o addirittura una premessa alle quattro monografie?

R. Tutti i miei libri solo in qualche modo concatenati: hai presente un grande hub a cui sono collegati vari elementi, oppure un portale web da cui partono vari collegamenti ipertestuali. Ecco il mio sistema operativo funziona così. Il libro BLUE NOTE QUOTACENTO+ è un prontuario perfetto per quanti desiderano avere in casa una discoteca jazz, minima, senza sbagliare un colpo. Oltre a raccontare per sommi capi la storia, l’ascesa e la caduta del piccolo impero di Lion, sono stati distillati più di 100 capolavori, per l’esattezza 130, che costituiscono la crema delle oltre 900 produzioni realizzate tra gli anni ’50 e ’60.

D. Dulcis in fundo, al momento, ci sono i quattro libri dedicati a Davis, Rollins, Coltrane, Mingus, i padri fondatori del jazz contemporaneo. Ne vorresti aggiungere altri?

R. Da qualche settimana, sono usciti altri due volumi: il primo dedicato ai capolavori della Impulse! Records, IMPULSO JAZZ, sulla falsa riga di quello sulla Blue Note, ed una monografia dedicata al più grande contraltista bianco di tutti i tempi, ART PEPPER: SUL FILO DELL’ALTA TENSIONE, in occasione del quarantesimo anniversario della sua morte.

D. Come hai proceduto a scrivere i quattro libri, sapendo che sul tema anche in Italia non mancano preziosi contributi (spesso tradotti dall’inglese)?

R. La differenza è che io scrivo in Italiano. I testi inglesi andrebbero letti in lingua originale, e grazie a dio, riesco a farlo con facilità, molti si devono accontentare di un’interpretazione. Le traduzioni sono spesso alquanto discutibili. Nella media i traduttori italiani sono pessimi ed entrano in conflitto con l’autore originale, cercando di infarcire la narrazione di orpelli letterari, distanti dalle dinamiche strutturali, semplici ed essenziali della lingua inglese. In ogni caso, i miei sono libri per il «popolo del jazz» e non per gli intellettuali o i superintenditori della «Milano da Bere». Sono semplificazioni e non sono finalizzati ad alimentare il dibattito tra cattedratici ed accademici.

D. Passando all’aspetto editoriale hai compiuto una scelta precisa: ma non c’era proprio possibilità che qualche grosso editore s’interessasse alla tua scrittura?

R. Avendo collaborato come editor, nonché come ghost-writer per due case editrici, di contatti ne avevo e ne ho ancora, ma conoscendo molto bene i meccanismi che regolano un certo tipo di pubblicazioni e le promesse vane delle case editrici, ho preferito agire per conto mio e sfruttare le potenzialità della rete attraverso l’editoria on demand. Ricordo anni fa le spese anticipate per la presentazioni di un libro in lungo e largo per la Penisola, mai rimborsate da un sedicente editore locale. Per quanto mi riguarda ho avuto ragione: il rischio è minimo e l’investimento pure, il guadagno per l’autore è garantito, ma soprattutto non sei obbligato a cedere i diritti delle tue opere. Ben venga la proposta di qualche editore importante, ma che sia concreta!

D. Riallacciandoci all’ultima domanda come vedi il panorama editoriale italiano in rapporto al jazz e alla musica in generale?

R. Vorrei risponderti che va tutto bene, ma in realtà, specie l’editoria musicale versa in brutte acque, paradossalmente in Italia coloro che scrivono sono più di quelli che leggono. Tutto ciò in qualsiasi ambito editoriale, dove l’assistenzialismo statale ha sostituito le capacità imprenditoriali. Molte case editrici per non perdere le provvidenze devono stampare un certo numero di libri all’anno, molte di queste pubblicazioni finiscono al macero. Le librerie in Italia sono sempre di meno. L’acquisto dei libri on line ed on demand è il futuro.

D. La critica jazz italiana appare oggi molto più nepotista che ai tempi di Arrigo Polillo, che pur veniva duramente contestato a destra e a sinistra. Oggi conferenze, presentazioni, seminari, direzioni artistiche, apparizioni televisive sono in mano a uno sparuto gruppo intellettuale che alla fine, a mio avviso, si rivela chiuso e intollerante. Cosa ne pensi?

R. Non metto in dubbio la preparazione di molti intellettuali, ma il fatto che si voglia tenere il jazz nell’ambito di un certo vetero-intellettualismo, lo tiene soprattutto alla larga dalla «gente comune». Queste convention ad excludendum, che denotano l’impostazione di un Italia culturalmente feudale, fatta di vassalli, valvassori e valvassini, non sortiscono nulla di nuovo. Concludo con le parole di un etnologo, Roger Bastide, il quale sosteneva: «Gli intellettuali parlano sempre fra di loro ed ogni tanto con dio».