// di Irma Sanders //

D. Ciao Francesco, come giudichi l’attuale stato di salute delle più recenti produzioni jazzistiche italiane?

R. Prima di entrare nel dettaglio faccio due premesse: in primis, dico senza tema di smentita, che il livello qualitativo medio di molte pubblicazioni italiane, sia pure senza grossi budget a disposizione, è di eccellente qualità ed ha poco da invidiare a tanti prodotti europei ed americani, spesso acclamati con spirito di riverenza al limite del lecca-lecca dagli operatori nostrani, agenzie spettacolo e prevendita biglietti, organizzatori di festival, giornali quotidiani e periodici, nonché dai media digitali e broadcasting (radio-TV) a vario titolo; in seconda istanza, giuro che questa non sarà un’ennesima polemica o una crociata contro l’ECM.

D. Ti conosco bene e so che fai recensioni molto accurate, scandagliando i vari album solco per solco, traccia per traccia. Quindi quello che dici nasce a ragion veduta.

R. Ti rispondo con una domanda che è la seguente, più che altro è un disagio che provo, quando vado recensite taluni dischi: ma perché molti jazzisti italiani, specie giovani musicisti, me lo domando spesso, non la smettono di sognare di poter fare un disco con l’ECM? Tanto l’ECM et similia, i dischi non glieli produrranno mai per una serie di motivi, uno su tutti: l’Italia non ha un fiorente mercato jazz o para-jazz per cui valga la pena di fare grossi investimenti su presunti fenomeni “locali”; i dischi si vendono poco e gli italiani sono bravi a sfruttare le piattaforme gratuite. Capisco che molti giovani jazzisti vengono da studi classici, accademici o dal conservatorio e non riescano a scrollarsi un certo retaggio cameristico-sinfonico, ma il jazz è un’altra cosa.

D. Quindi, che cosa consiglieresti?

Parafrasando De Andrè, non mi sento come Gesù nel tempio, quindi niente consigli, ma solo un esortazione: basta con questi ibridi, queste contaminazioni, questa sperimentazione, tra muschi e licheni, nenie scandinave e ballate celtiche, che non porta da nessuna parte. Se si intende fare jazz, i modelli di riferimento devono essere i grandi maestri afro-americani, perché, il 90% della storia del jazz l’hanno scritta i neri o certi bianchi che suonavano e sudavano come “negri”. Punto e basta!

D. Ci aiuti a capire meglio?

R. Un esempio facile da capire: in ogni parte del mondo, chi vuol fare moda ad alti livelli, non guarda verso i paesi scandinavi, ma guarda all’Italia, se uno vuole fare bene la pizza o l’amatriciana, pensa all’Italia e non alla Germania.

D. Io so che tu sei per le aperture e le contaminazioni fra generi, per l’osmosi creativa e per un jazz a maglie larghe, permeabile e non limitante.

R. Mi piacciono le aperture, sono per le sperimentazioni, ma in un contesto jazzistico di tipo fusion o free, soprattutto sono favorevole ad un interscambio tra i vari “generi fratelli” di matrice afro-americana, come avviene oggi all’interno della cosiddetta BAM, dove dalla confluenza di stili affini nascono ibridi molto interessanti senza snaturare le origini e la matrice “nera “ del jazz che, a mio avviso, è quanto di più distante ci possa essere dalla musica cameristica, dalle ballate celtiche, dalla classica o dalla lirica. Per contro, il jazz trova una maggiore compliance con le musiche del Sud del mondo, ed intendo l’universo latino-iaspanico, mediterraneo-africano o balcanico-orientale.

D. A tuo avviso quale potrebbe essere il modo migliore per fare jazz, oggi, in un’epoca d’incertezza, dove tutti i punti di ancoraggio sono saltati?

Non lo dico io, sono concetti cementati nella storia, c’è un’ampia letteratura in proposito e migliaia di dischi di successo che lo confermano. Per fare jazz bisogna attenersi a queste regole: scale di blues, ritmo swing, interplay ed improvvisazioni. Occorre suonare in trio, quartetto, quintetto o big band, possibilmente usando strumenti acustici. I fiati nel jazz, come il contrabbasso e la batteria, sono determinanti, poi ciascuno ci può mettere ciò che gli pare, ricordando che tutto il resto è un’aberrazione o un’eccezione che conferma la regola.

D. Una volta mi hai detto che ti piacciono poco gli album pieni standard, anche se suonati da validi esecutori e che i dischi di maggiore successo nella storia del jazz sono costituiti da composizioni originali.

R. Mi aspettavo questa domanda, ma necessita un chiarimento. In primis va detto che se usi gli standard per un disco nuovo, devi essere così bravo o carismatico, come lo erano i primi jazzisti bebop, da renderli una cosa altra rispetto agli originali. Nel corso degli anni, fino a giungere ai giorni nostri, molti hanno continuato a fare le cover delle cover, spesso in maniera calligrafa, sfiorando l’effetto karaoke. Mi spiego meglio, se quello standard è stato utilizzato in un disco di successo di personaggi come Charles Mingus, John Coltrane, Charlie Parker, Bud Powell, Bill Evans, Miles Davis, Sonny Rollins, Stan Getz, Chet Baker, Wayne Shorter o altri di questa caratura, è difficile che tu possa fare qualcosa di meglio o di più interessante, se non raggiungere il livello di puro intrattenimento da jazz club di periferia, Quindi, io suggerisco ai giovani di non imbarcarsi in avventure dei questo genere, ossia producendo album tributo o dischi fatti di soli standard, i quali sovente non vanno oltre la dimostrazione di una buona tecnica, talvolta anche virtuosistica, ma che raggiunge appena il concetto di estetica formale, ma non sostanziale. Oggi, per me, un buon jazzista deve essere anche un buon compositore, specie perché abbiamo già sentito quasi tutto ed il contrario di tutto.

D. Quindi bisognerebbe evitare di suonare o rifare gli standard?

D. Questo no, è una consuetudine ed una tradizione jazzistica inamovibile, ma solo quando si vuole fare intrattenimento, mentre se si decide di sviluppare un nuovo progetto discografico, specie per un esordiente, più saggio sarebbe dimostrare che cosa si è in grado di fare usando la farina del proprio sacco. Come avevi accennato tu, quasi tutti i capolavori immortali del jazz moderno, con le dovute eccezioni, sono costituiti da composizioni originali e si basano un concept ben preciso. Sono quei dischi come “A Love Supreme” di John Coltrane che hanno cambiato il corso della musica della musica improvvisata. Questo è solo un esempio eclatante per fissare meglio il concetto. Lo dico sottovoce: i critici musicali, in genere, amano le novità e le cose inattese, adorano essere sorpresi, ma vale per gli studiosi ed i recensori di opere varie nell’ambito di ogni settore dello scibile umano.

D. quindi per suggellare il nostro discorso, quali avvertenze consigli di osservare?

R. Sai che non cado nel tranello di fare il bugiardino da scatola di medicinali. Controindicazioni e posologia nel jazz, dove vige il concetto di libertà, sono a discrezione degli interessati. In conclusione, aggiungo soltanto che ognuno è libero di suonare come e con chi vuole, ma evitando di chiamare jazz ciò che non lo è, sia nella forma che nella sostanza. Ritornando al tema iniziale, come in una jam-sassion: il 90% delle produzioni ECM non è jazz. Punto e basta!

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