UN UOMO SULL'ORLO DI UNA CRISI DI VERVE - Versione 8.0

DAL GELOSINO ALL'I-POD: MORTE E RESURREZIONE DEL VINILE
da www.discolancio.it di Francesco Cataldo Verrina


Che gli umani siano stati sempre affascinati dall’atto di poter “catturare e rinchiudere” i suoni, le voci, le musiche, i rumori all’interno di un “marchingegno” in grado, a sua volta, di poterli riprodurre all’infinito, rientra nel naturale desiderio di conservare ed archiviare. Se nei secoli passati, l’umanità avesse avuto a disposizione talune strumentazioni, oggi potremmo “riascoltare, ancora vivo” il genio di chissà quali grandi artisti: una personale esecuzione di Mozart o di Beethoven; magari la scialba interpretazione di Nerone, intento a fare un barbecue. A partire dai primi anni del ‘900, il mondo ha cominciato ad avere il privilegio di poter riascoltare “in differita” il frutto dell’umano ingegno canoro e musicale, dapprima, attraverso rudimentali archibugi, in seguito, grazie ad apparecchiature, sempre più calibrate e precise, in grado di riprodurre il suono con una qualità quasi prossima alla perfezione. Nel corso degli anni, a parte i miglioramenti qualitativi, i mutamenti furono più nella forma che nella sostanza: dopo l’avvento del 78 giri, per oltre sessant’anni, il protagonista assoluto nel mondo della musica e della canzone è sempre stato un oggetto chiamato “disco”. La vera grande rivoluzione avvenne quando l’industria discografica decise di cambiare materiale, passando dalla gommalacca e dalla bachelite al cloruro di vinile (PVC). Il disco in vinile venne, ufficialmente introdotto, nel 1948, negli Stati Uniti come evoluzione dei precedenti supporti dalle simili caratteristiche. La maggior precisione di incisura del vinile permise di rimpicciolire i solchi e abbassare il numero di giri per minuto dei dischi, dai 78 della bachelite ai 33⅓ del vinile, ottenendo così una maggiore durata di ascolto, che raggiunse circa 25-30 minuti per facciata nei Long-Playing (LP), con punte massime di anche 38-40 minuti per lato, specie per le opere liriche; soprattutto il vinile consentì di eliminare quel fastidioso fruscio determinato dalla fragilità dei materiali usati in precedenza. L’avvento del vinile, con i due nuovi formati di rotazione (33 e 45 giri), coincise con “era della musica contemporanea”: da lì a qualche anno, sarebbe esploso il Rock’n’Roll, spostando l’asse del consumo di musica verso i giovani ed il loro universo fatto di simboli, miti e feticci. Così il “disco”, da mero oggetto di riascolto o di riproduzione sonora, diventa oggetto di “culto”, legato al mito di questo o quel divo della “nuova musica giovanile”. Gli anni Cinquanta porteranno a completa consacrazione il 45 giri, mandando definitivamente in pensione il glorioso 78: il formato ridotto ed un’evidente praticità di utilizzo, fecero del “sette pollici”, il principale strumento di divulgazione del Rock’n’Roll, mentre i 33 giri (Long Playng), cominciarono ad essere proposti con copertine colorate ed intriganti, dove, non solo e non sempre, l’immagine dell’artista era in primo piano, ma si cominciò a raccontare la musica, anche tramite l’involucro cartaceo che, a suo modo, divenne un nuovo spazio espressivo aggiunto alla musica e alle canzoni, capace attraverso, testi, metafore, disegni ed immagini, di integrare, ampliare o rappresentare i contenuti delle canzoni stesse. Grazie alla lungimiranza di un DJ-Producer, negli anni ’70, inizialmente indirizzato alle discoteche ed agli addetti ai lavori, venne introdotto il “disco-mix”, una sorta di maxi-single a 12 pollici, contenete una sola canzone, al massimo due per facciata, ma grande come un 33 giri, che apportò un notevole contributo in termini di qualità sonora. Per oltre mezzo secolo, il “disco”, quale supporto principale per la circolazione di “merci sonore”, non temette la concorrenza dei nastri a bobine ( alla portata di tutti, quando vennero introdotti sul mercato i registratori simil “Gelosino”), delle cartucce con nastro Stereo-8 (dalla vita assai breve) o dalle più pratiche musicassette, nonostante la facilità con cui esse potevano essere riprodotte, anche con apparecchi dalle dimensioni assai ridotte. Solo dopo la seconda metà degli anni ’80, con introduzione del CD (Compact Disc), qualcuno cominciò a mettere in discussione l’esistenza del “vecchio tondo di vinile”. I promotori del cambiamento, di certo, non furono gli appassionati di musica, ma importanti case produttrici di apparecchiature per la riproduzione della musica, le quali ebbero l’ardire (e soprattutto l’interesse) a ritenere che il vecchio giradischi dovesse andare in pensione per lasciare il posto a qualcosa di più moderno e di più pratico: il CD player o lettore CD. Nella società dei consumi, è notorio che il mercato si appassioni facilmente alle novità, tanto che, agli inizi degli anni ’90, quasi tutte le principali case discografiche sospesero la produzione dei dischi in vinile, ampliando sempre di più il catalogo dei CDs; così, il privilegio di stampare e distribuire dischi in vinile rimase tutto nelle mani delle piccole etichette specializzate in musica dance di vario genere, in particolare dei DJs da discoteca, che ne sono, da sempre, i principali sostenitori e custodi. Non si dimentichi che, la maggior parte dei professionisti della console, esprimo ancora la loro sofisticata arte del “mixing”, attraverso i giradischi, dunque utilizzando padelloni di vinile. A partire dalla sciagurata decisione di mandare in pensione un pezzo di storia, con l’introduzione del compac-disc si è assistito ad un lento, ma sempre crescente calo delle vendite di dischi. In realtà, il CD che avrebbe dovuto rappresentare una rivoluzione per il mondo della musica e della discografia lo è stato solo e, forse neppure tanto, per il mondo dell’H-Fi: gli amanti del “suono esoterico”, autentici maniaci della perfezione sonora, preferiscono riprodurre la musica attraverso sofisticati giradischi ed, in massima parte, hanno sempre aborrito quel suono metallico e palesemente forzato del CD, certamente, più dinamico, ma per nulla caldo, pastoso ed avvolgente come quello custodito tra i solchi del vecchio vinile. Per dirla tutta, gli esperti, e gli appassionati di musica e gli addetti ai lavori non hanno mai veramente amato il CD inteso come oggetto di culto o da collezione, ma solo come strumento d’ascolto pratico, facilmente trasportabile, meno ingombrante e più resistente rispetto alla fragilità di un vinile. L’inesorabile declino, del mercato discografico odierno è, in primis, direttamente proporzionale all’insuccesso ed al declino del CD come supporto. I fattori di calo sono molteplici ed ogni anno la percentuale cresce: 10 per cento in meno, 20 per cento, 30 per cento in meno nelle vendite, mentre negli ambienti discografici, i licenziamenti, le ristrutturazioni, si susseguono con tale rapidità da lasciare chiunque indifferenti. In molti, c’è addirittura, una forma di compiacimento, come dire: “chi è causa del suo male, pianga se stesso!” A parte la cronica carenza di idee , che mondo della musica contemporanea, da anni, non riesce a superare, la colpa è del CD, del compact disc, che in quasi vent’anni di presenza sul mercato, non è riuscito ad affezionare appassionati, consumatori ed esperti di musica.
Chi ama veramente la musica, ha grande rispetto dei supporti che la contengono. I consumatori a vario titolo, hanno amato profondamente i dischi nei vari formati, dal 78 giri al 45, dall'LP al disco-mix (anche le cassette hanno ancora schiere di sostenitori e collezionisti). Oggi il CD cade sconfitto sotto i colpi degli MP3 e degli I-Pod, che rappresentano un orribile modo di ascoltare musica (pessima la qualità!), ma che rappresentano l’ala più avanzata di una folta tribù di nuovi consumatori di musica, il cui grido di battaglia è : “Condividere, Scaricare e Masterizzare!” Per molti di essi, “comprare” è un verbo sconosciuto. Da quando i discografici hanno perduto il dominio ed il controllo della copia ufficiale e testata, il potere di fabbricare dischi, o copie di dischi, è passato completamente nelle mani dei consumatori, artisti nell’antica arte di arrangiarsi. Come ci si può affezionare a qualcosa che è facilmente riproducibile all’infinito? Un CD lo si porta dovunque, lo si butta in mezzo a tante altri oggetti: nel cruscotto dell’ auto, insieme al carica batteria del telefono, nel cassetto dell’ufficio, insieme alle matite ed ai pennarelli; lo si dimentica volentieri nella casa del mare, tanto se poi si rovina, se ne fa un'altra copia. L’evoluzione e la larga diffusione delle tecnologie digitali , negli ultimi anni, ha consentito ai computers e i masterizzatori di copiare tonnellate di musica su CDs fatti in casa, di (ri)produrre compilations, partendo da MP3 presi dalla rete, di rimescolare, per puro diletto, i dischi più celebri, di riprodurre gli album originali, attraverso una serie si semplici operazioni, talmente poco costose, da mettere in dubbio il valore (15/20 Euro) di un CD originale. A tutto ciò si aggiunga anche il fatto che, mentre fino a qualche anno addietro, le copie pirata, che molti compravano, erano registrate cassetta, qualitativamente inferiori rispetto agli originali su vinile, oggi le copie del mercato pirata sono perfettamente identiche ai CDs che si trovano nei negozi. Il fatto che le copertine non siano uguali, poco importa: a chi volete che interessi una minuscola copertina, dove quasi tutto, per motivi di spazio, diventa illeggibile? In ogni caso, i più incalliti sostenitori della “copia fai da te”, sanno che è possibile ovviare a questo inconveniente. Sulla rete esistono decine di siti dove è possibile scaricare le immagini ad alta risoluzione delle covers dei CDs (interni, esterni, libretti, etc.) e relative labels. Il fatto che sul mercato esitano dei supporti, definiti “printable”, consente ai più esigenti, di stampare direttamente sul CD e di farlo identico all’originale anche nell’aspetto esteriore (talvolta, la differenza risulta impercettibile). Se le vecchie generazione non hanno saputo, o forse voluto, innamorarsi del compact-disc, i giovanissimi preferiscono i lettori MP3 e gli I-Pod, ossia la musica volatile, senza un volto o uno straccio di copertina; loro non parlano di dischi, ma di files. Con un “affarino” delle dimensioni di un pacchetto di fiammiferi, al massimo di sigarette, hanno il mondo in tasca e tutta la musica che vogliono. Perché dovrebbero comprare un CD, che costa quanto una pizza, un coca, un pacchetto di patatine ed un film al cinema messi insieme? Per il CD, che non avuto il tempo di farsi una storia, il futuro appare alquanto incerto. Mentre l’industria discografica si lecca le ferite, il vinile è sempre lì, più vivo che mai, coccolato e gelosamente custodito da collezionisti, audiofili, DJs e persone di buon senso, pronto ad offrire al caotico mondo delle sette note, un’altra possibilità di riscatto. Tutto ciò perché il vinile ha dei veri punti di forza: ogni disco costituisce un “unicum”, anche due copie dello stesso vinile, uscite dalla stessa pressa, non suoneranno mai alla stessa maniera; un cerchio di vinile non è un semplice supporto finalizzato all’ascolto, ma è l'opera in tutta la sua essenza; ha, quasi sempre, una bella copertina ad album, che è parte integrante dello stesso, identifica meglio l’artista, illustra i contenuti ed, in qualche caso, li chiarisce. Il vinile può essere copiato, ma solo su nastro, un DAT, un CD o direttamente sull’hard-disk di un computer, ma non potrà mai essere riprodotto su un altro vinile da un semplice consumatore; il disco in vinile è assai delicato, non sopporta le sorgenti calore, si altera, si rovina, si graffia, s'impolvera, se maltrattato, si vendica con scricchioli e fruscii. In genere, sono proprio gli oggetti più fragili e delicati a stimolare la fantasia dei collezionisti e degli appassionati: più sono difficili da conservare e più diventano desiderati e desiderabili. Con un certo imbarazzante ravvedimento, molte case produttrici stanno rimettendo sul mercato degli ottimi giradischi a prezzi interessanti. Se presto non dovessero tornare a suonare e cantare le puntine, per i discografici si prospetta un infernale girone dantesco, quello degli ignavi, ossia di coloro “che per viltà fecero il gran rifiuto!”

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