UN UOMO SULL'ORLO DI UNA CRISI DI VERVE - Versione 8.0

HUMUS: LA FRITTATA DI WOODY ALLEN


PREMESSA IN PIEGA
Non cercate di trovare in questo libro un filo logico, un filo elettrico, un filo drammatico, ma neppure un filobus o un filisteo, perché potreste rimanere delusi. Se pensate al filo del discorso per cucire insieme le varie parti, dovreste trovare, dapprima, l’ago in un pagliaccio.  L’humus, è un componente chimico del terreno derivato da un processo di decomposizione e di rielaborazione della materia organica. Esso rappresenta la parte più attiva, sotto l'aspetto chimico e fisico, della sostanza organica del terreno. Provate ad immaginare la mente umana come un campo coltivato, fertile, facilmente permeabile ad ogni sollecitazione esterna ed in grado di interagire con la soluzione circolante, al punto da influenzare le proprietà chimiche e fisiche dei pensieri. Ecco che l’humus si trasforma in humor: uno stato mentale, uno stato di grazia o di disgrazia, uno stato d’animo creativo, una necessità dello spirito di comunicare con il mondo in senso negativo o positivo, a seconda della predisposizione mentale e dove il processo di decomposizione e rielaborazione avviene attraverso una sorta di manipolazione genetica delle parole. Al contrario «la frittata di Woody Allen», quale enigmatica metafora, necessita di una spiegazione più approfondita. In primis, avevo sempre desiderato pubblicare un libro alla Woody Allen, mio autore preferito insieme a Marcello Marchesi ed Ennio Flaiano. Ad onor del vero, uno libro alla Woody Allen è costituito da un insieme di storielle surreali, riflessioni di varia umanità, battute in ordine sparso, talvolta senza un nesso logico. Per dirla in soldoni, senza né capo, né coda. In genere opuscoli di tal fatta vengono dati alle stampe da chi, come me, ha da tempo asservito il distillato dei propri neuroni ad altre forme di espressione creativa più redditizia (quali la pubblicità, la radio, il cinema, il marketing, i fumetti, il web) che non la prosa o la poesia allo stato puro, poiché sovente «carmina non dant panem». L’idea della frittata nasce da una mera coincidenza: molti anni addietro Gavino Sanna, noto Guru della pubblicità italiana (categoria alla quale mi pregio di appartenere), editò un libro intitolato «Le uova di Woody Allen». Personalmente, ho sempre preferito la frittata: le uova mi piace romperle e strapazzarle. In sintesi, la frittata mantiene il riferimento alle uova, che, chi fa o tenta di fare satira o umorismo, ha l’inclinazione a rompere; mentre il tributo all’eclettico Woody risulta chiaro ed evidente. Essendo io per natura dotato di lingua tagliente e biforcuta, prima di procedere oltre, ho voluto attardarmi in qualche considerazione.
La maggiore conquista dell'umanità è stata sicuramente l'acquisizione di un linguaggio parlato, articolato in suoni, fonemi, quindi in parole, ossia la possibilità di poter disporre di una lingua e di un corredo di codici verbali, attraverso i quali esprimersi, dichiararsi, confrontarsi e capirsi. Tutto ciò ha rappresentato nel corso dei secoli una delle spinte decisive all'evoluzione ed i cambiamenti che hanno portato l'uomo da soggetto "tout-court" e primitivo ad individuo moderno e raffinato. Ai più apparirà insolito il fatto che, qualche decina di migliaia di anni addietro, l'uomo emettesse semplicemente dei mugugni, dei lamenti, degli ululati che lo rendevano simile agli animali. Si ritiene che al principio gli esseri umani parlassero una sola lingua, o almeno qualcosa del genere; pur non potendo dar credito alla leggenda della torre di Babele, secondo cui tutti gli idiomi si mischiarono in un caos di dialetti, slangs e sotto-linguaggi, forse all'inizio gli uomini parlavano davvero una sola lingua. Il perché si sia poi perduta tale uniformità è difficile a dirsi. La "vexata quaestio" è capire se i nostri primitivi antenati parlassero di più o di meno, di quanto noi stessi facciamo oggidì. Dunque, quanto hanno parlato gli uomini nel corso della loro evoluzione mentale e culturale? Potremmo partire da quando la parola è passata da semplice e "naturale" mezzo di comunicazione fra uno e più individui a sofisticato strumento di espressione, veicolo di concetti estremamente persuasivi e cerebralmente elaborati; in altri termini, da quando la lingua è diventata la maniera più immediata per esporre il proprio grado di cultura e di sviluppo mentale. Sono esistite, ed in parte esistono, migliaia di lingue differenti, non tutte però hanno avuto, nel dipanarsi dell'umana vicenda, la medesima importanza e divulgazione e soprattutto un'uguale ricchezza di termini e di espressioni. Come può, infatti, un individuo parlar molto se l'equipaggiamento di parole di cui dispone è esiguo? Se non credete alla leggenda di Atlantide, per rinvenire degli idiomi complessi bisogna risalire agli Assiri e Babilonesi, ai Sumeri e poi ancora agli Egizi ed agli Ebrei. Di certo le lingue delle civiltà succitate erano bel lontane dall'elevato gradiente di eleganza fonetica e formale che il greco antico possedeva. La vera lingua universale dell'antichità è stata, senza tema di smentita, il latino (Urbis et orbis lingua), quasi come accade oggigiorno con l'inglese. Se pensiamo ad esempio a Cicerone, a Seneca, a Virgilio, a Lucrezio, potremmo affermare tranquillamente che i Latini parlassero mediamente più di noi figli del "villaggio globale". Attenzione, poiché per due motivi si potrebbe incorrere in errore. La lingua dell’'Urbe, per quanto ricca di soluzioni, possedeva una dinamica rapida, un meccanismo di sintesi quasi congenito: brevi espressioni, tutt'ora in uso nel linguaggio giuridico, burocratico e scientifico, conducevano a concetti, altrimenti logorroici ed arzigogolanti. In secondo luogo, a quei tempi, l'uso corretto dell'idioma era ad appannaggio di pochi eletti: solo i patrizi, gli studiosi e gli alti gradi militari potevano permettersi tale privilegio. E "poscia che Costantin l'aquila volse", arrivarono le orde barbariche con i loro suoni gutturali e teutonici a complicare ancor più le cose. Più in là venne il Medio Evo, l’era delle paure, dell'oscurantismo, della fine del mondo imminente, della caccia alle streghe, delle inquisizioni. Credete davvero che la gente avesse tanta voglia di chiacchierare, anziché raccomandarsi di corsa l'anima a Dio? L'Umanesimo fu troppo rivolto all'introspezione interiore, alla ricerca di quest'uomo che aveva rischiato di scomparire: all'epoca le parole venivano introiettate nello stomaco, anziché catapultate fuori dalla cavità orale. Si potrebbe erroneamente ritenere che il Rinascimento sia stata un'era di grandi "ciarlatani": a quel tempo gli uomini preferivano esprimersi essenzialmente attraverso le arti figurative. Nei secoli a seguire le cose non andarono molto diversamente, tra monaci che lanciavano anatemi, filosofi che partorivano teorie e (pre)potenti che impartivano ordini, ai più non restava che "credere, obbedire e combattere". Oggigiorno, al contrario, si coniano neologismi ad una velocità supersonica, ogni momento che passa imparentiamo il nostro nobile idioma con i più inutili barbarismi, solo per poter dire (o scrivere) qualche parola in più. Esiste il politichese, il burocratese, il legalese, il giornalistese, il giovanilese, l’internettese e tanti altri sotto-sistemi di linguaggio che sembrano appartenere a tante diverse etnie, ma che in realtà sono la degenerazione della medesima lingua, gravida di neologismi fino a scoppiare. Tutto questo, pur non producendo "qualità", fa una notevole "quantità", dando modo alle case editrici di aggiornare i dizionari. E’ fuorviante comunque ritenere che i grandi pensatori ed i teorici delle conquiste civili e sociali per la "libertà di parola" intendessero questo. E se gli SMS, sintetici e veloci, fossero nati per riportarci alle origini? Un linguaggio universale, comprensibile a tutti esiste ed è l’umorismo.
In tutta onestà, devo dire che questa raccolta di scritti scarmigliati si riferisce ad un periodo assai lontano nel tempo, almeno nell’economia della mia vita, ossia la seconda metà degli anni ‘80. Sono intervenuto solo in alcune brevissime parti per adattare certi contenuti ai tempi e renderli più comprensibili anche a quanti negli anni dell’edonismo reaganiano non erano neppure nati. In fondo, il colmo per un prete calvo è fare la messa in piega... ad un autore, basta la premessa.




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